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Articoli - Archivio

21/08/2019
Viaggio nel futuro dell'auto immaginato da Volkswagen

E-Mobility

 

Un reportage dalla Sassonia, nelle fabbriche di Zwickau e Dresda, dove il costruttore tedesco sta cambiando tutto per avviare la produzione di massa delle auto elettriche

Alessio Jacona • Contributor - Wired.it

Preciso e inesorabile, il grande braccio meccanico si muove nell’aria ripetendo uno dopo l’altro gli stessi, identici movimenti. Ipnotico, accelera e rallenta improvvisamente per ridurre i tempi tra un’operazione e l’altra. Non è solo: nell’immenso capannone della fabbrica Volkswagen a Zwickau, in Sassonia (Germania), centinaia di altri bracci automatizzati dal caratteristico colore arancione attendono di essere programmati e testati per danzare allo stesso ritmo. In totale saranno 1625, e si esibiranno tutti insieme a partire dalla fine del 2019, quando inizierà la produzione pre-serie della nuova auto elettrica Volkswagen ID3: 2mila vetture da costruire per collaudare l’impianto, le prime di una nuova generazione di mezzi completamente elettrici che la fabbrica produrrà per i marchi Volkswagen (tre modelli), Audi (due modelli) e Seat (un modello). Resto immobile per qualche minuto a osservare questo spettacolo unico e ammaliante, quasi la performance artistica di un’intelligenza artificiale. Poi, all’improvviso, uno scoppio di urla, chiacchiere e risate mi riporta bruscamente alla realtà: sono le 14 e l’inizio del secondo turno di lavoro riconduce migliaia di operai lungo la linea di produzione delle auto a motore termico Golf e Golf Variant; quelle che ancora per un po’ saranno prodotte nello stabilimento di Zwickau.

 

Passato e futuro a confronto

D’un tratto mi rendo conto che sono in una posizione ad alto valore simbolico: sono in piedi, dentro un capannone “grande come 11 campi di calcio”, nel mezzo della lunga via che separa la vecchia linea di produzione dei motori a scoppio da quella dove si produrranno le nuove auto basate sulla nuovissima piattaforma modulare Meb, sviluppata da Volkswagen appositamente per tutte le auto elettriche che verranno.

Insomma, mi trovo fisicamente sospeso a metà strada tra il passato e futuro degli operai Volkswagen, dei loro manager, di chi lavora nell’indotto, dei clienti, di un’intera industria. Due mondi che ancora convivono, in attesa di passarsi il testimone nel nome di una vera e propria rivoluzione tecnologica e culturale. Costo dell’operazione: 1,2 miliardi di euro.

Mi avvicino per osservare meglio gli operai al lavoro: a Zwickau ce ne sono circa 8mila e tutti portano sulle loro spalle il peso di una tradizione costruttiva che conta almeno centoventi anni di produzione automobilistica. Qui negli anni dieci del Novecento hanno iniziato la loro avventura Horch e Audi; qui dal 1957 al 1991, nell’era della Ddr, veniva costruita la storica Trabant 1.1, più o meno sullo stesso terreno dove nel 1991 Volkswagen viene a produrre Polo e Golf subito dopo la riunificazione delle due Germanie.

E sempre qui, da un anno e mezzo a questa parte, è iniziata la rivoluzione da cui dipende il futuro del Gruppo Volkswagen. “La Sassonia ha una lunga e consolidata tradizione industriale che fa di Zwickau il posto più adatto dove realizzare una trasformazione tecnologica, produttiva e culturale mai vista prima nel nostro settore”, ci dice Dirk Coers, responsabile delle risorse umane per l’impianto Volkswagen di Zwickau.

 

Un immenso laboratorio

Così quella che un tempo era solo la fabbrica di Polo, Golf e Passat, ora è diventata un colossale laboratorio di sperimentazione a più livelli: dove si testano nuovi strumenti, programmi e linee di produzione; dove si mette in pratica una complessa migrazione dalla vecchia produzione (che pure non viene ancora interrotta) alla nuova, basata sulla piattaforma Meb che sarà il cuore di tutti i futuri modelli della serie Id; dove i processi costruttivi saranno completamente carbon neutral, grazie ad esempio all’utilizzo unicamente di energia idroelettrica; e dove – per la prima volta in assoluto – 8mila persone vengono e verranno formate per essere reimpiegate tutte nella nuova produzione, imparando a far funzionare i robot che li sostituiranno nei lavori manuali.

“È una cosa mai fatta prima, che abbiamo dovuto costruire da zero e realizzato in gran parte con nostre forze interne” – spiega Holger Naduschewski, direttore dell’istituto di formazione per le fabbriche Volkswagen in Sassonia. “Nel solo 2019 faremo 13mila ore di corsi di formazione” – aggiunge – “per consentire ai dipendenti di fronteggiare 10mila spostamenti di ruolo”. E per insegnare loro a costruire auto molto diverse da quelle del passato: che non si differenziano per motori e prestazioni – resi molto simili dalla piattaforma comune – ma per forma, impiego e servizi aggiunti. Che saranno connesse e si baseranno su software sempre più complessi, ricchi di funzionalità, costantemente aggiornati. Che diventeranno, in pratica, degli iPhone su ruote: veicoli tecnologicamente avanzati per i quali sarà sempre più il software a fare la differenza.

 

Fatta l’auto elettrica, facciamo gli acquirenti

La domanda è: la gente vorrà davvero comprarli? La risposta che arriva da Volkswagen è sì, a patto che si sappia raccontare bene il cambiamento in atto e le opportunità che da esso derivano per i clienti in termini di praticità di utilizzo, riduzione dei costi e rispetto dell’ambiente.

Come? Un esempio può essere la stupenda Fabbrica di vetro di Dresda. Sita poco lontano dal centro della capitale della Sassonia, a 120 chilometri da Zwickau, è un impianto costruito nel 2000 e riconvertito due anni fa per più scopi diversi: produrre solo veicoli full electric (la e-Golf, versione riconvertita della Golf tradizionale); ospitare un piccolo incubatore di startup tecnologiche (sei all’anno) che sviluppano soluzioni per il mondo automotive; diventare la sede di centinaia di eventi pubblici dedicati al futuro della mobilità.

Funziona? I numeri sembrano dire di sì: ogni anno, migliaia di turisti pagano sette euro a testa per visitare la fabbrica, assistere a spettacoli, sbirciare il lavoro di 400 operai specializzati che si avvicendano lungo silenziosissime linee di lavoro semi-automatizzate e partecipare a workshop di ogni genere. Segno evidente – e incoraggiante – che il futuro della mobilità sta a cuore a un numero sempre più ampio di persone.

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