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L'Editoriale - Archivio

27/06/2012
TEMPI MODERNI

L’abrogazione delle attrezzature minime per l’autoriparazione lascia perplessi e, perché no, preoccupati. Non so se sia la strada dell’evoluzione o dell’involuzione... ma forse qui qualcosa ci è stata tolta davvero. 

Roberta Papadia

SIAMO SICURI che i tempi moderni siano l’espressione di una sana evoluzione della società? Siamo sicuri che la tecnologia all’avanguardia, il mondo in un click, il vivere 48 ore in 24 sia l’espressione di una civiltà avanzata? 

Non vi sembra che a volte più che nell’evoluzione ci imbattiamo nell’involuzione?

Già Charlie Chaplin aveva visto lontano nel suo “Tempi moderni” quando Charlot viene inghiottito dagli ingranaggi della gigantesca macchina rotativa.

Il progresso è sempre sinonimo di maggior qualità, più servizi e più professionalità? Magari spesso, ma non sempre. 

Queste riflessioni non vogliono mettere al bando la società moderna, non sono una sostenitrice dell’età della pietra, ma solo considerare alcuni aspetti dell’accelerazione a volte frenetica che rischia di toglierci qualcosa.

Mi è venuto in mente durante la mia “Odissea della cucina” non ancora approdata ad Itaca, dopo quasi un anno dall’ordine. Dove Polifemo era il montatore, la Maga Circe il progettista che ha trasformato la cucina in un oggetto misterioso, il Canto delle Sirene il centralino del negozio, che per mesi mi ha “incantata” convincendomi di non avere una cucina, e Scilla e Cariddi il magazzino che ha inghiottito i miei mobili! Eppure ero sicura di aver ordinato e pagato una cucina, anche costosa. Molta approssimazione, poca professionalità, poca educazione, zero scuse e soprattutto nessun referente... 

I nostri tempi moderni sono fatti di “corse contro il tempo” e “ottimizzazione dei costi”, oggi più di ieri. E il paradosso è proprio qui: da una parte la società evoluta e tecnologica chiede una professionalità sempre maggiore e più specializzazione, con un cliente esigente e preparato; dall’altra i ritmi frenetici e i prezzi stracciati non sostengono la qualità e non aiutano a pagare la professionalità. Così, a volte, ci facciamo inghiottire dalle ruote come Charlot. Forse chiediamo un po’ troppo a noi e agli altri. 

E qui si aggiunge in maniera preoccupante il recente intervento legislativo che sotto la bandiera della “sburocratizzazione” fa venir meno una tutela della professionalità dell’autoriparazione: l’abolizione delle attrezzature minime. 

Passata un po’ in sordina, ma l’attività di autoriparazione è stata oggetto di una modifica tanto importante quanto inquietante. Con la manovra “Salva Italia” (d.l. n. 201 del 6/12/11, convertito con la legge n. 214 del 22/12/11 ‘’Disposizioni urgenti per la crescita, l’equità e il consolidamento dei conti pubblici”) l’articolo 40, comma 6, fa sparire in un attimo l’obbligo delle attrezzature minime per svolgere l’attività di autoriparazione, eliminando il d.m. 406/1997. 

Il decreto abrogato era il regolamento recante le dotazioni delle attrezzature e delle strumentazioni delle imprese esercenti attività di autoriparazione, che riportava appunto un elenco di attrezzature suddivise per specializzazioni (meccanica e motoristica, carrozzeria, elettrauto, gommista). Insomma non una “normetta” da poco.

L’abrogazione delle attrezzature minime per l’autoriparazione lascia perplessi e, perché no, preoccupati, ma è stato un intervento lampo, ancora da comprendere e metabolizzare, e magari da cambiare... 

Non so se sia la strada dell’evoluzione o dell’involuzione... ma forse qui qualcosa ci è stata tolta davvero.

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