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03/11/2014
RISCHIO DELOCALIZZAZIONE PER IL SETTORE

Autotrasporto

 

Ancora poca chiarezza sui costi minimi dopo la sentenza della Corte Europea

Paolo Castiglia

Tutto da rifare dopo la sentenza della Corte di giustizia europea sui costi minimi, che non mette sicuramente fine alla controversia tra autotrasportatori e committenti.

La sentenza, infatti, rispondendo a una precisa richiesta del Tar, concentra il suo giudizio sulla legittimità dell’Osservatorio istituito presso la Consulta dell’autotrasporto e della logistica, organismi ormai non più esistenti.

La Corte di giustizia europea, in particolare, considera l’ex Osservatorio della Consulta una rappresentanza di imprese private e per questo motivo non idonea a definire dei costi minimi pubblici. In particolare al punto 41 della sentenza si legge che, considerate la composizione e la modalità di funzionamento dell’Osservatorio quando quest’ultimo adottava decisioni che determinavano i costi minimi d’esercizio era da considerarsi un’associazione di imprese, e non un organismo pubblico.

In realtà la sentenza della Corte di giustizia risponde a una precisa richiesta del Tar che si riferisce a un caso di qualche anno fa, quando esisteva appunto l’Osservatorio e determinava i costi di esercizio. Da due anni, invece, l’Osservatorio è stato sostituito nella elaborazione dei costi dal Ministero dei trasporti, che quindi rispetta il criterio di interesse pubblico.

Quindi mentre per il caso giudicato dal Tar questa sentenza ha pienamente valore, sul dibattito generale legato alla legittimità e alla opportunità dei costi minimi di esercizio ha un peso sicuramente meno rilevante, anche se non trascurabile. Infatti l’articolo 51 della sentenza lascia aperto qualche dubbio in quanto recita “Anche se non si può negare che la tutela della sicurezza stradale possa costituire un obiettivo legittimo, la determinazione dei costi minimi d’esercizio non risulta tuttavia idonea né direttamente né indirettamente a garantirne il conseguimento”. Un’affermazione che sicuramente sarà utilizzata dai rappresentanti della committenza per sostenere l’inutilità di tali costi.

Intanto da una componente importante del settore arriva un progetto in 10 azioni per salvare il sistema nazionale dei trasporti: sgravi fiscali per il rinnovo del parco circolante, riforma dei porti e collegamenti efficienti tra gli scali e il territorio, rilancio delle autostrade del mare, rifinanziamento del ferrobonus, la modifica del Titolo V della Costituzione, affidando in modo esclusivo allo Stato le competenze sul settore, un Piano nazionale vincolante per i trasporti e logistica, la riattivazione della Consulta generale, soppressa con la spending rewiev di Monti e l’istituzione di un “registro internazionale” per le imprese di autotrasporto allo scopo di combattere i fenomeni di illegalità e concorrenza sleale.

Sono le 10 azioni presentate da Confcommercio a corredo dello studio sullo stato di salute dell’autotrasporto italiano. Si tratta di richieste essenziali – secondo la confederazione – per dare impulso ai trasporti e alla ripresa economica dell’Italia. “La politica deve avere il coraggio delle scelte, – ha detto chiaramente Paolo Uggè, vicepresidente di Confcommercio – stabilendo delle priorità”. Tra queste, sicuramente la riforma dei porti, invocata anche da Raffaele Aiello, amministratore delegato Snav Spa che ha chiesto una cabina di regia per i trasporti, al fine di adeguare gli scali agli investimenti degli armatori in nuove navi. Anche Michele Mario Elia, amministratore delegato di Rfi, ha parlato di grande integrazione tra ferro e gomma, mentre Debora Serracchiani, presidente della Regione Friuli Venezia Giulia, ha invocato la presentazione di un piano strategico della portualità.

Tra le altre priorità, l’abbassamento della pressione fiscale sul settore che spinge molte aziende a delocalizzare. “La Francia – ha detto Pasquale Russo, segretario generale di Conftrasporto – sta difendendo con delle norme le proprie aziende, noi crediamo che le nostre imprese debbano andare in Europa a cercare traffici, ma devono essere messe nelle condizioni di farlo”.

Anche Russo ha chiesto al Governo il rispetto dei patti e ha messo l’accento sulla necessità di una riforma del lavoro e sulla possibilità “di privilegiare la committenza industriale che fa i camion e non i soggetti che non danno valore aggiunto all’autotrasporto”.

Il trasporto su strada non è più la modalità predominante per le merci sia nei traffici nazionali che in quelli verso l’estero. La crisi sta imprimendo grossi cambiamenti nello scenario dell’autotrasporto italiano: le aziende, tartassate dalle imposte nazionali, “emigrano” verso paesi più accoglienti per l’iniziativa imprenditoriale.

I segnali di ripresa sono timidissimi ma, in assenza di interventi decisi, potrebbero annullarsi o ritardare di molti anni. È questa in sintesi l’analisi presentata dal Centro Studi di Confcommercio con un titolo emblematico: “Trasport…are la ripresa”.

Il dito è puntato contro le grandi inefficienze accumulate tra il 2000 e il 2012, che hanno mandato in fumo 24 miliardi di euro di Pil.

Un freno allo sviluppo che deve essere preso in considerazione in un momento come questo in cui si lotta per uscire dall’impasse della recessione economica. Innanzitutto, lo studio cerca di sfatare alcuni luoghi comuni sull’autotrasporto: il trasporto marittimo ha acquisito quote di mercato sempre più ampie scalfendo il posto predominante dell’autotrasporto, mentre in questi anni la pressione fiscale sul settore è aumentata, in particolare sul costo del lavoro, rendendolo poco competitivo rispetto ai vettori di molti paesi europei.

In più, Confcommercio registra un trend interessante: troppe aziende chiuse, una mortalità sospetta anche in tempi di crisi economica che fa pensare a una delocalizzazione forzata verso l’Est Europa. Insomma, un settore che, pur intravedendo spiragli positivi, non è in grado – nelle condizioni attuali – di trainare la ripresa. Un segnale negativo vista la grande prossimità tra l’andamento del Pil e quello dei trasporti. Il prezzo pagato da un ipotetico acquirente per il trasporto su gomma di una tonnellata di merci per chilometro è passato da 0,072 euro nel 2007 a 0,084 euro nel 2012 con un incremento del 16,6%.

Si tratta dell’unica modalità che ha registrato incrementi: i prezzi sono diminuiti in ferrovia (da 0,046 a 0,038 euro), nel trasporto marittimo (da 0,013 a 0,009 euro) e in quello aereo (da 1,487 a 1,353 euro). Secondo Confcommercio in due anni, tra il 2011 e il 2013, sono sparite più di 10mila imprese di autotrasporto.

É vero che la crisi economica ha colpito le piccole realtà, troppo deboli per resistere su un mercato reso ancora più esigente, ma i numeri rappresentano – secondo l’analisi di Conftrasporto – il campanello di allarme di una delocalizzazione forzata che indebolisce l’intero sistema economico e previdenziale italiano. Solo nel 2015 si vedrà una timida ripresa dei traffici pari all’1%, mentre nel 2014 si attendono variazioni annuali positive per i trasporti in uscita dall’Italia e diretti verso l’estero. Guardando alla gomma per quest’anno si attende ancora una flessione dello 0,3%, mentre il 2015 vedrebbe un aumento dello 0,4%. A crescere di più sempre nel 2015 sarebbero le spedizioni via mare con un incremento dell’1,5%.

 

 

IL MARE VINCE SULLA GOMMA

La quota modale dell’autotrasporto ha superato di poco il 45% nel 2012, mentre i trasporti marittimi hanno coperto il 48,7% del trasporto delle merci. Questa l’analisi di Confcommercio, che ha preso in considerazione anche i flussi di traffico che hanno origine o destinazione in paesi stranieri per la parte di percorso che viene effettuata entro i confini nazionali, tanto via terra quanto con le altre modalità.

Con questo criterio, i dati ribaltano la visione classica, praticata da Eurostat, che prende in considerazione solo i trasporti su gomma o ferro e che quindi porta la quota dell’autotrasporto all’85,9% oppure quella contenuta nel Conto nazionale delle Infrastrutture e dei Trasporti che include per il mare solo il cabotaggio interno, arrivando comunque a una quota modale vicina al 30%.

 

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