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L'Editoriale

02/09/2021
RIPARTIAMO

Renzo Servadei

Nei vari corsi gestionali che insegnano ad avere una visione futura delle aziende, viene illustrata la necessità di sviluppare il cosiddetto pensiero laterale, vale a dire la capacità di analizzare i problemi logici che ci si pongono davanti con un approccio diverso, guardando le questioni da altre angolazioni rispetto al modo tradizionale con cui le abbiamo sempre affrontate. Steve Jobs, il fondatore di Apple, nel suo best seller ci esortava addirittura a essere folli. Sembrano concetti molto teorici, ma in realtà abbiamo certezze che ci appaiono tali da sempre e che, viste da angolazioni diverse, non lo sono più, e le scoperte che facciamo mettendole in discussione ci aprono nuovi orizzonti. Un banale esempio lo possiamo trarre proprio dai banchi di scuola. Tutti noi, fin dalle medie abbiamo studiato la famosa frase di Giulio Cesare che, volendo tornare a Roma alla testa dell’esercito, cosa vietatissima dalle leggi del tempo, accingendosi ad attraversare sul fiume Rubicone il sacro confine tra la Gallia Cisalpina, (l’attuale Pianura padana) e l’Italia, il 13 gennaio del 49 avanti Cristo avrebbe pronunciato le famose parole “il dado è tratto”, in latino “alea iacta est”. Legioni di studenti hanno studiato queste parole, spesso a memoria e molti si sono chiesti che senso avessero. Sembra impossibile che uno dei più grandi condottieri dell’antichità avesse sfidato la più grande potenza del tempo scatenando una guerra civile lanciando un dado. Timorosi del quattro della maestra, che peraltro probabilmente si chiedeva le stesse cose, gli studenti usualmente si sono tenuti per loro queste considerazioni. Non credendo alla spiegazione da sempre tramandata e guardando la questione più a fondo, si può facilmente scoprire che tale epica affermazione è frutto di un banale errore di traduzione, la frase infatti, fu proferita in greco: già, Giulio Cesare, patrizio di alto rango, era perfettamente bilingue e il greco era ampiamente usato dai romani nei discorsi e addirittura anche in Senato. Tale frase come tramanda Plutarco nelle Vite parallele, tradotta in italiano suona così: «Egli [Cesare] dichiarò in greco a gran voce a coloro che erano presenti: ‘sia lanciato il dado’ e condusse l’esercito.» Ora sì che la frase acquisisce un senso chiaro e comprensibile a tutti. Cesare aveva deciso di lanciare il guanto di sfida a Roma, alle sue leggi, al suo Senato e a Pompeo sfidando appunto la sorte. Probabilmente l’errore nasce dal fatto che la traduzione latina della affermazione di Cesare sarebbe stata “Alea iacta esto”, e per una “o” sparita che muta completamente il senso della affermazione, generazioni di scolari, ancora oggi, (la frase nei libri di scuola non è ancora stata corretta) si chiedono se Cesare fosse uno sconsiderato che aveva affidato ai dadi la decisione di scatenare una guerra civile. Anche le certezze più assolute debbono quindi essere messe in discussione, a volte semplicemente per confermarne la validità: questo è il modo più efficace per individuare strade nuove, e visualizzare nella nostra mente quella che oggi si ama definire “visione”.  

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