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Ecomotive - Archivio

09/03/2020
Automotive l’onda lunga della crisi

Ecomotive 

 

Aggravata da tensioni commerciali e dal rallentamento della domanda mondiale

La filiera dell’automotive appare in difficoltà profonda: complessivamente la produzione industriale del settore registra, infatti, un calo tendenziale del 4,2%. È il diciassettesimo peggioramento consecutivo.

Tutto questo secondo i dati preliminari raccolti da Anfia tra le aziende costruttrici. Dati che dicono anche che la produzione di autovetture continua a calare ma, per la prima volta nel 2019, il calo non è a due cifre: a novembre, la produzione si riduce del 2%. Da tener presente che se si confronta novembre 2019 con novembre 2018, questo aveva registrato un calo, rispetto a novembre 2017, del 27%.

Le nuove immatricolazioni – lasciando da parte ora il settore delle automobili – divise per tipologie di veicolo, hanno raggiunto, a dicembre 2019, volumi decisamente negativi: 1.990 autocarri medi-pesanti (-12%), nell’anno 23.622 (-8%); 1.055 rimorchi e semirimorchi pesanti (-17,5%), nell’anno 14.494 (-8%). Positivo solo il dato dei 933 rimorchi leggeri (+7%), nell’anno 16.344 (+3%). Andando a vedere i territori, nel Nord Italia, nel 2019 sono stati rilasciati 13.854 libretti (-5,7%), il 59% del totale, nel Centro, con 3.852 rilasci, il calo è stato del 9% e nel Sud e nelle Isole, con 5.916 rilasci, si è registrata la contrazione maggiore, del -11%.

Insomma andamento davvero difficile e la situazione non dovrebbe migliorare nel 2020, con aspettative negative nel settore che sono legate alle incertezza economiche che si riverberano pericolosamente sul trasporto su strada.

Segnale leggermente positivo, allora, solo per i veicoli commerciali più leggeri, che però hanno chiuso l’ultimo mese dello scorso anno in calo: secondo le stime elaborate e diffuse dal Centro studi e statistiche di Unrae, che associa i costruttori esteri, infatti, a dicembre 2019 il mercato degli mezzi con peso totale a terra fino a 3,5 tonnellate registra 19.884 unità immatricolate, con una diminuzione del 3% rispetto alle 20.497 dello stesso mese dello scorso anno. Resta di positivo il fatto che, con 188.378 unità, il 2019 archivia un aumento del 3,6% sul 2018, quando tuttavia il mercato aveva fatto registrare un calo del 6,4% sull’anno precedente.

Quale è, allora, la situazione complessiva, come scenario: “Come previsto – spiega in proposito Michele Crisci, presidente di Unrae – il complicato e incerto cammino di approvazione della nuova norma sul credito d’imposta per l’acquisto di beni strumentali danneggia ancora il mercato dei veicoli commerciali. Se la contrazione dell’ultimo trimestre dovesse proseguire nel nuovo anno, il mercato farebbe registrare nel 2020 un crollo a 174.000 unità, oltre il 10% in meno rispetto al 2017”.

“Dopo la sua sofferta approvazione – continua Crisci – resta da valutare appieno l’impatto sul mercato della nuova norma, ambigua in alcuni punti”. “Oltre a un vantaggio inferiore rispetto a quello garantito dal Superammortamento, si aggrava infatti per le imprese che ne vogliano beneficiare il fardello burocratico – conclude – risultando in una misura che, temporanea come le precedenti, invece di favorire un più rapido rinnovo dell’obsoleto e pericoloso, per i cittadini e l’ambiente, parco circolante, rischia di rallentarne lo svecchiamento”.

Tutto quello illustrato finora pesa in maniera notevole sull’intera economia del nostro Paese, visto che, secondo le ultime rilevazioni Istat disponibili, relative all’anno 2017, la fabbricazione di autoveicoli conta in Italia quasi 71mila occupati, un fatturato di 51,8 miliardi di euro, investimenti per 1,5 miliardi di euro. Gli occupati diretti del settore automotive sono stati oltre 175mila nel 2017. Se si considerano anche gli addetti indiretti del settore automotive, gli occupati salgono a 274mila, con un fatturato di 105,9 miliardi di euro, investimenti per 3,3 miliardi di euro e una spesa in salari e stipendi di 9,3 miliardi di euro.

Desta dunque molta preoccupazione la contrazione produttiva del settore, che potrebbe mettere in pericolo un’attività economica oggi basilare per il Paese, in un momento aggravato da tensioni commerciali e dal rallentamento della domanda mondiale.

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