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L'Editoriale

06/11/2019
Ecodesign. Ovvero: chi più spende meno spende

Guido Gambassi

Anche sulle pagine di Pneurama torniamo a parlare, di tanto in tanto, di economia circolare. Lo facciamo anche in questo numero, cogliendo lo spunto offerto dall’evento organizzato a Roma da AIRP con l’obiettivo di sensibilizzare il decisore pubblico non solo sulla necessità di sostenere con adeguate politiche il settore della ricostruzione di pneumatici ma anche sull’urgenza di affrontare in maniera organica e lungimirante la transizione verso un nuovo modello economico, profondamente diverso da quello attuale. Due le proposte che sono emerse dall’incontro, quella di attuare misure di fiscalità ambientale per favorire le pratiche produttive più sostenibili, e quella di fissare un nuovo paradigma industriale nell’ecodesign, ovvero la progettazione durevole dei beni. E se per la prima tutto sta nelle mani della politica, per quanto riguarda l’ecodesign, se mai si volesse davvero agire concretamente in questa direzione, un grande ruolo spetterebbe alle aziende. Nel caso dei produttori di pneumatici si tratterebbe di una sfida tecnologica importante, per riuscire a offrire al mercato prodotti pensati per durare molto più a lungo, e almeno per gli impieghi industriali essere ricostruiti più volte, così da ridurre i costi di esercizio e gli impatti ambientali a monte e a valle del prodotto.

È un discorso che ancora appare fantascientifico per molti. Eppure, circa un anno fa, l’allora CEO di una grande multinazionale del pneumatico dichiarò che l’intera industria dei pneumatici dovrebbe darsi l’obiettivo di produrre, ogni anno, 400 milioni di gomme in meno a livello mondiale. Può sembrare un paradosso, dare alla propria azienda l’obiettivo di produrre di meno. Ma se non ci si ferma alla prima impressione, produrre di meno in questo caso significa produrre meglio, per lavorare meglio e migliorare la sostenibilità ambientale, ma anche economica del settore. Da questo punto di vista non sarebbe più tanto un paradosso, ma piuttosto l’inizio di un nuovo modello economico. Magari un po’ utopistico, diremmo oggi. Ma forse almeno una riflessione vale la pena farla, perché come è stato sottolineato in occasione dell’evento AIRP l’impatto che hanno avuto i pneumatici low cost sul mercato europeo non ha colpito solo il settore della ricostruzione, ma innescando una guerra al ribasso ha impoverito il valore del prodotto, della rivendita, del servizio, del lavoro del cliente. Certo in molti negozi non viene visto male il fatto di avere un alto tasso di ricambio. Ma tirando una riga e facendo i conti, è stato conveniente per tutta la filiera inseguire l’avversario sul prezzo basso? Forse almeno questo sarebbe bene iniziare a chiedercelo.

I cambiamenti che si prospettano potrebbero anche non arrivare mai a maturare, e a tradursi in realtà. Allora, ognuno continuerà a difendere come può i margini dell’azienda. Se invece si arriverà un giorno a spostare i fattori competitivi dal prezzo alla qualità, durabilità e sostenibilità del prodotto, allora forse anche i rivenditori avranno molte opportunità di valorizzare la propria professionalità. E si darebbe un importante contributo a quella grande battaglia culturale necessaria a far tornare comprendere a tutti i vantaggi economici di un prodotto qualitativamente superiore – per ricordarci insomma di quello che dicevano i nostri avi: chi più spende meno spende. Un buon modo per riassumere il concetto di ecodesign.

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