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L'Editoriale - Archivio

07/01/2019
Può esistere la decrescita felice?

Renzo Servadei

È un argomento molto suggestivo, che ultimamente è entrato anche a fare parte del dibattito politico: si tratta del fondamento culturale che sta alla base di tanti movimenti “No” a tutta una serie di infrastrutture.

Ma è davvero una prospettiva percorribile?

Uno dei maggiori esponenti di questa corrente di pensiero, quello della “decrescita felice” è il filosofo Serge Latouche che, in estrema sintesi, contesta il concetto stesso di sviluppo, ritenendo che il benessere dei popoli non dipenda da esso, che non esista uno sviluppo sostenibile, ma in realtà occorra rifarsi alla cosiddetta “economia sostanziale” vale a dire promuovere quelle attività che servono a fornire alle persone i mezzi per il loro sostentamento. Gli stessi problemi ambientali, secondo il filosofo, sono una conseguenza della crescita da cui l’urgenza della decrescita, la necessità di applicare il concetto delle “otto R” vale a dire rivalutare, rivedere i valori; ricontestualizzare, modificare il contesto delle situazioni; ristrutturare i modelli di consumo, i rapporti sociali, gli stili di vita; rilocalizzare, consumare prodotti locali o sostenuti dall’economia locale; ridistribuire, l’accesso alle risorse naturali e alla ricchezza; ridurre, il consumo di risorse; riutilizzare; riciclare. Come si vede si tratta di argomenti molto suggestivi, resi ancora più tali dal cosiddetto “effetto nostalgia”: a chi non piacerebbe godere delle sensazioni di sicurezza dei bei tempi andati? In realtà andando a ben vedere, si scopre che le cose sono ben più complicate.

La nostalgia dei bei tempi andati ce la avevano anche gli antichi romani. Non solo, gli psicologi ci spiegano come il nostro cervello elabora la nostalgia del passato come medicina per consentirci di affrontare meglio il futuro. Ci distrae dalle difficoltà del presente in una visione idealizzata. Il modo in cui viviamo i ricordi è infatti distorto. Le famose 1000 lire al mese, sogno di una canzone degli anni ‘50, corrispondono al cambio attuale a 800 euro. Era un sogno perché allora nessuno pensava al frigorifero e all’automobile, ma con mille lire poteva mangiare due volte al giorno anziché una, come di solito avveniva. Belle le serate accanto al fuoco, ma se ci riscaldassimo tutti ancora a legna probabilmente avremmo bruciato tutti i boschi e soffocheremmo di PM 10.

Come si vede il solo pensare a una situazione del genere è impensabile e ci fa risvegliare in una realtà che infrange l’utopia. La tendenza evolutiva che determina la necessità di migliorare la propria condizione, e quindi la propensione alla crescita, è un fatto naturale. Indietro non si torna, non solo: fermarsi significa retrocedere perché il resto del mondo avanza. Se la decrescita felice non esiste, non c’è soluzione ai problemi di sovraproduzione e di inquinamento che stiamo vivendo? Non necessariamente. In realtà, basta guardare gli stessi concetti da un’altra angolazione. Chi lo dice che il riciclo è un fondamento della decrescita? Chi lo dice che il riuso o la riparazione è un fondamento della decrescita? È vero il contrario. Nel nostro settore per progettare un pneumatico ricostruibile occorre tanta ricerca, tanta tecnologia. Per ricostruirlo occorre tanta tecnologia, materiali, competenze e competenze locali. Si creano posti di lavoro, benessere. Insomma, si cresce. Per smaltire correttamente occorre organizzazione, logistica e ancora ricerca che porta benessere e benefici a tutti. Come si vede la soluzione non sta nella decrescita, ma nel crescere bene.

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