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L'Editoriale

03/09/2018
Economia circolare: buona per l'ambiente ancor meglio per il lavoro

Renzo Servadei

“Circular economy” è un termine molto di moda, specialmente adesso che sono state emanate direttive che prevedono un maggiore ricorso a questo modello di utilizzo delle risorse, ma il dubbio in questi casi è se il sistema economico, partendo dal legislatore per finire alle aziende, abbia compreso fino in fondo le enormi potenzialità che questo nuovo modello economico porta con sé.

Nel sistema tradizionale di economia lineare infatti, che potremmo sintetizzare nello slogan “prendi, produci e getta”, il business si basa su un massiccio utilizzo di materie prime, un’obsolescenza programmata, e infine una enorme produzione di rifiuti. Al di là degli evidenti problemi ambientali dovuti al fatto che le risorse sono un bene tutt’altro che illimitato, da un punto di vista del business il guadagno lo si ottiene solo sul prodotto come risultante dalla differenza tra i prezzi di mercato e i costi di produzione.

Ecco quindi tutti i fenomeni di delocalizzazione che conosciamo e gli infiniti escamotage alla ricerca di limare al massimo possibile i costi. Con l’avvento di internet tuttavia questo modello, anche dal un punto di vista del mero interesse economico, mostra sempre più i suoi limiti: con un click i prezzi di mercato sono noti a una massa sempre maggiore di consumatori; questo determina un amplificarsi della competizione che li comprime.

L’economia circolare è invece un sistema economico non basato solo sul prodotto, ma vede anzi il servizio come componente preponderante. Intanto si deve partire già da una progettazione pensata per il successivo riutilizzo per arrivare a pianificare ulteriori reimpieghi di materiali nel medesimo o in successivi cicli produttivi, riducendo al massimo gli sprechi. Spostando il modello di business dal prodotto in quanto tale verso un servizio si determina la creazione di un valore aggiunto al prodotto stesso, che va ben oltre la differenza tra valore dell’acquisto e della vendita.

Vediamo il caso del pneumatico: nell’economia circolare abbiamo la necessità di una progettazione di qualità, che garantisca la durabilità del prodotto, e quindi una forte ricerca che migliori le caratteristiche del pneumatico, consenta ad esempio la possibilità di effettuare una successiva rigatura quindi la ricostruzione, una seconda rigatura e così via. È necessario migliorare la possibilità di intervenire in riparazioni per giungere, dopo il fine vita, a un riutilizzo programmato dei materiali in ulteriori cicli produttivi.

È evidente come questa impostazione avvantaggi tutta la filiera, dal produttore che ha la possibilità di finanziare la propria ricerca dando valore al prodotto, al rivenditore professionale, principale attore dell’assistenza, al ricostruttore, fino alla flotta che godrà di un prodotto di alto livello perfettamente assistito e di un minore costo chilometrico.

Il passaggio da un’economia lineare a un modello circolare non è quindi un tema di interesse solo per coloro che hanno a cuore le sorti del pianeta, ma una necessità economica in quanto portatrice di un modello di sviluppo che rimette al centro il valore della professionalità e del servizio quale elemento necessario per il proprio compimento. In sintesi: ambiente, ricerca e lavoro, esattamente ciò di cui oggi abbiamo bisogno.

Speriamo che il legislatore chiamato nei prossimi mesi a recepire questi concetti con l’attuazione delle recenti direttive europee abbia ben chiara la vera posta in gioco.

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