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I-FACTOR IL GENE DELL'IMPRENDITORE

Tony Fassina titolare di quaranta concessionarie di automobili, andava veloce in macchina, correva nei rally, aveva la “cattiveria buona” (così la chiama lui) di chi vuole vincere. Coraggio, ma anche attitudine al calcolo, precisione. Gli angoli delle curve vanno studiati attentamente altrimenti si esce di strada. “Quando corri in macchina non raccogli il successo durante la gara, ma 15 giorni prima”. Coraggio e Precisione!

Franco Marzo - Coaching e business development

Imprenditori si nasce o si diventa? Le doti innate

Tony Fassina titolare di quaranta concessionarie di automobili, andava veloce in macchina, correva nei rally, aveva la “cattiveria buona” (così la chiama lui) di chi vuole vincere. Coraggio, ma anche attitudine al calcolo, precisione. Gli angoli delle curve vanno studiati attentamente altrimenti si esce di strada. “Quando corri in macchina non raccogli il successo durante la gara, ma 15 giorni prima”. Coraggio e Precisione!

Ernesto Colnago, patron delle biciclette da corsa più vittoriose del mondo, voleva fare il corridore. Un giorno però cadde e si fece molto male. Allora chiese al titolare della fabbrica di biciclette presso cui lavorava (Grazia di Milano) di lavorare da casa con la gamba ingessata. In quei mesi capì che poteva guadagnare molto di più a cottimo piuttosto che andando in fabbrica tutti i giorni. Inoltre, facendosi pagare anche in materia prima (telai, ruote, copertoni) poteva assemblare alcune bici e venderle direttamente in paese. Concretezza!

Giorgio Minarelli (oltre 10 milioni di motori, oggi Yamaha) a 18 anni (dice scherzando) era “depresso” perché a differenza di Alessandro Magno, che a quell’età aveva già conquistato la Macedonia, lui non aveva fatto ancora nulla. “Quello che spinge un imprenditore è il successo. L’imprenditore vuole avere successo, essere importante! Poi le occasioni della vita magari ti portano a fare il cantante, ma quello che spinge è l’ambizione, vuoi essere il più bravo, un opinion leader. Il successo personale, il resto sono balle!”. Ambizione!

Francesco Casoli (costruttore di cappe aspiranti per cucine) non si riconosce alcuna dote particolare. “Coraggio? Io sono un fifone. Positività? Se la positività è una dote, ebbene io sono mediamente anzi, decisamente sopra la media. Positivo, con una grande energia, con bassissima abnegazione, lavoro poco, ma con una grande resilienza... “Resilienza?” “Assolutamente, a me mi puoi ammazzà, ma tanto risorgo”.

Vainer Marchesini, titolare di una “multinazionale tascabile” leader della “coclea”, invenzione attribuita ad Archimede, aveva una dote comune a molti imprenditori: la curiosità. Dovevo farmi prete, non mi hanno tenuto per troppa curiosità, ma non nel senso che voglio sapere le cose degli altri, non sono pettegolo. Io voglio sapere, conoscere, capire cosa c’è dietro, come si può fare… Il gruppo Wam, nei suoi 50 anni di storia ha depositato qualcosa come 205 brevetti e indovinate chi è ancora oggi il capo dell’ufficio ricerca e sviluppo?

 

Le doti dell’imprenditore

Ho scelto dal mio libro I-Factor (FrancoAngeli, 2013) le testimonianze di cinque imprenditori per fornire alcuni esempi delle loro doti principali: positività, concretezza, coraggio, ambizione, resilienza, curiosità. Vediamone insieme le caratteristiche per scoprire se anche noi ne possediamo qualcuna.

Positività. Gli imprenditori tendenzialmente sono tutti ottimisti, pensano che “il bicchiere sia sempre mezzo pieno”, che “il meglio debba ancora arrivare”; vedono più opportunità che minacce e, anche quando si lamentano, hanno già in mente un modo per superare le difficoltà. La positività deriva da un atteggiamento di fiducia nei propri mezzi e in quelli del “prossimo” (collaboratori, fornitori, clienti). L’imprenditore vive uno stato esistenziale di okeiness, ovvero una concezione del mondo di parità positiva in cui “io sono ok” e “voi siete ok”. Questa fiducia è contagiosa e rappresenta uno dei motori trainanti del loro successo. La positività è forse l’unica “dote” comune a tutti gli imprenditori. Non conosco imprenditori pessimisti.

Concretezza. Qualcuno in modo lucido e sintetico la definisce come “tutto ciò che si tocca con mano”. La capacità di tradurre ogni situazione in qualcosa di concreto (denaro, prodotti, clienti, contratti, brevetti, macchine, stabilimenti) è un altro tratto tipico dell’imprenditore. Come si arriva alla concretezza? Mi sono fatto l’idea che una delle possibili porte d’accesso sia l’utilizzo intensivo dei cinque sensi: tatto, odorato, udito, vista e gusto. Sono loro che ci collegano al mondo reale, che ci fanno percepire i cambiamenti in atto, che alimentano quel sesto senso, il più importante, che è il buonsenso. Sono sempre loro che ci permettono di tradurre milioni di stimoli apparentemente scollegati tra loro, in numeri, azioni, prodotti. Ricordo che durante un pourparler occasionale, un imprenditore identificò in 5 milioni di euro il fatturato minimo in cui il progetto che stava finanziando sarebbe giunto a break even. Di quel progetto aveva lanciato l’idea, ma poi si era apparentemente disinteressato. Non ci avevo mai parlato, non aveva mai partecipato a una riunione. Ci osservava da lontano, forse ci annusava, di sicuro aveva indovinato su due piedi il numero a cui eravamo giunti dopo mille valutazioni e simulazioni diverse. La concretezza è la capacità di arrivare direttamente al “sodo”. Oltre che con i sensi, gli imprenditori la sviluppano attraverso l’individuazione di indicatori intermedi come margini, costi, ricavi, fatturato, punti vendita, percentuali, che magari non si toccano con mano, ma portano dritti al risultato, e quello si tocca.

Coraggio. Un imprenditore un giorno mi riferì il suo motto: “preparati, spara e mira!” Pensai che si fosse sbagliato e lo corressi, ma lui insistette, “ha capito bene, se per sparare uno dovesse essere certo di colpire il bersaglio, non sparerebbe mai. Solo se spari, puoi vedere l’effetto prodotto e aggiustare il tiro, mirare con più precisione”. Il coraggio dell’imprenditore è questa capacità di “provarci” con un po’ di incoscienza, mettendo in gioco se stesso e il proprio amor proprio. A nessuno piace sbagliare. L’imprenditore però è positivo e vive l’errore come momento di crescita, la fase di un processo di miglioramento in cui... “il bello deve ancora venire”. Ma dopo aver sbagliato, ogni volta, ricordatevi di prendere la mira solo così “verrà il bello”.

Ambizione. Sognare di lasciare un segno del proprio passaggio sulla terra non è peccato, anzi è una delle manifestazioni di vita più ricche e coinvolgenti, la grande sfida alla nostra inesorabile sorte terrena, quella impossibile da vincere: l’immortalità. L’ambizione è una questione di mentalità, qualcuno direbbe un mindset. Un giorno chiesi a un gruppo di giovani di alto potenziale di esprimersi in merito all’ambizione, ovvero se fosse una virtù o un peccato. Finì circa 50% e 50%. Un manager della banca che assisteva al workshop mi prese in disparte e mi disse: “ho sposato una donna americana. Se lei rivolgesse questa domanda agli americani le risponderebbero al 100% che si tratta di una virtù”. L’ambizione è un tratto culturale, nasce dalla famiglia e dal contesto in cui si è vissuti. Amb-ire, in latino significa (ire, andare) andare in giro a cercare consenso su un’idea, un progetto, una sfida. L’ambizioso cerca di dare un senso alla vita e questo aiuta anche chi non riesce a farlo, per questo esistono i leader.

Curiosità. Anche la curiosità è una dote vicino all’impresa. Serve a far assumere iniziative, a ricercare soluzioni innovative. Per molti imprenditori è lo stato di irrequietezza che li spinge a rischiare nuove avventure, a non accontentarsi mai dei risultati raggiunti, in una parola, a competere. Gli imprenditori più bravi non combattono, competono. La differenza è sostanziale, nel primo caso tentano di distruggere un nemico, nel secondo cercano insieme (cum-petere) nuove soluzioni. I due approcci comportano le conseguenze che abbiamo individuato nel seguente riquadro.

 

CHI COMPETE
Si concentra su se stesso e sul mercato
Si pone obiettivi di lungo periodo
Ricerca
Corre
Sviluppa competenze
Sviluppa alleanze
Innova
È leader
Parla bene della concorrenza

 

CHI COMBATTE
Si concentra sul nemico
Si pone obiettivi di breve periodo
Lotta
Rincorre
Sviluppa prodotti
Sviluppa nemici
Copia
È follower
Parla male della concorrenza  

 

La curiosità fornisce la spinta necessaria a competere, l’interesse di base (care) per la ricerca di soluzioni che rispondano ai bisogni della gente. Il curioso non sempre lo sa, ma si prende cura delle persone che gli stanno intorno. In fondo è un generoso.

 

Bastano le doti innate?

Le doti naturali, le attitudini innate sono sufficienti per diventare un grande commerciante, il più prestigioso marchio di biciclette o un grande costruttore di motori? Non lo sapremo mai anche dopo mille interviste. Personalmente lo ritengo improbabile. Penso che imprenditori non si nasca ma lo si diventa. Per riuscire nell’impresa le doti sono necessarie ma non sufficienti. Ad esempio occorre una condizione fondamentale: l’ambiente. Immaginate che le doti siano i semi di un frutto. Non basta buttarli per terra perché cresca un albero, devono trovare le condizioni giuste: il clima, la temperatura, il terreno, l’habitat. Giorgio Minarelli mi diceva con maliziosa modestia, che il clima del suo tempo era talmente favorevole allo sviluppo delle motociclette che anch’io al suo posto avrei potuto fare come o meglio di lui. Mario Righini grande collezionista di auto e moto d’epoca, mi diceva che negli anni ’40 e ‘50, solo nell’area Emilia Romagna, si contavano 85 marchi di motorini. Nascevano dai mille produttori di biciclette che animavano la pianura padana (tra le montagne dell’Alto Adige sarebbe stato impossibile) e che sperimentarono per primi l’abbinamento di un motore ai telai delle loro bici: il famoso mosquito.

Ma non basta nemmeno l’habitat. Bruno Iafelice, CEO della scuola di formazione TVLP con sede nella Silicon Valley, l’ambiente ideale per fare nascere nuove imprese, ammette che gli investitori considerano che su cento start up soltanto due riescono a sopravvivere. Da cosa dipende? Dalle interviste raccolte nel libro I-factor, a cui ci stiamo ispirando, emerge prepotentemente un altro fattore: il fattore C... e sono gli stessi imprenditori a denunciarne la presenza: la fortuna. Allora per fare impresa bisogna essere fatalisti? Nemmeno per sogno. Come diceva la mia nonna, “la fortuna aiuta gli audaci”, ovvero coloro che ci provano, coloro che sbagliano, coloro che non si arrendono nemmeno se li ammazzi, coloro che... “preparati spara e mira”.

 

Leggi “il blog di Franco Marzo”

www.smartmanagement.it

 

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