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Normative: News Legali

07/04/2011
NEWS - Il mobbing non è reato: unica via percorribile la richiesta in sede civile di risarcimento del danno eventualmente patito.

a cura dell'Avvocato Tommaso Bagnulo

Chiamata a pronunciarsi, con sentenza del 13 gennaio 2011, la IV sezione Penale della Suprema Corte di Cassazione ha analizzato nuovamente dal punto di vista prettamente penalistico le pratiche persecutorie realizzate ai danni del lavoratore dipendente e finalizzate alla sua emarginazione, ribadendo che nel nostro codice penale, nonostante una delibera del Consiglio d'Europa del 2000 che vincolava tutti gli Stati membri a dotarsi di una normativa corrispondente, non vi è traccia di una specifica figura incriminatrice per contrastare tale pratica persecutoria. È di certo percorribile, ricorda la Corte, la strada del procedimento civile, costituendo il mobbing titolo per il risarcimento del danno eventualmente patito dal lavoratore in conseguenza di condotte e atteggiamenti persecutori del datore di lavoro o del preposto. Invero, sottolinea sempre la Corte, la responsabilità datoriale ha natura contrattuale ex art. 2087 c.c., norma questa in stretto collegamento con quelle costituzionali poste a difesa del diritto alla salute (art. 32) e del rispetto della sicurezza, della libertà e della dignità umana nell'esplicazione dell'iniziativa economica (art. 41). Infatti, il legittimo esercizio del potere imprenditoriale trova un limite invalicabile nell'inviolabilità di tali diritti e nella imprescindibile esigenza di impedire comunque l'insorgenza o l'aggravamento di situazioni patologiche pregiudizievoli per la salute del lavoratore, assicurando allo stesso serenità e rispetto nella dinamica del rapporto lavorativo, anche di fronte a situazioni che impongano l'eventuale esercizio nei suoi confronti del potere direttivo o addirittura di quello disciplinare.
Rileva, comunque e per completezza, la Corte che il mobbing può integrare il delitto di maltrattamenti in famiglia nel caso in cui il rapporto di lavoro tra il datore di lavoro e il dipendente o tra il preposto e il lavoratore soggetto all'autorità del primo assuma natura para-familiare, in quanto caratterizzato da relazioni intense e abituali, da consuetudini di vita tra i detti soggetti, dalla soggezione di una parte nei confronti dell'altra, dalla fiducia riposta dal soggetto più debole del rapporto in quello che ricopre la posizione di supremazia. Nell'effettuare tale ultimo inciso, la Corte richiama un precedente pronunciamento (Cass. Pen., sez. VI, 26594/2009) nel quale si faceva esemplificativamente riferimento al rapporto che lega il collaboratore domestico alle persone della famiglia presso cui svolge la propria opera o al rapporto che può intercorrere tra il maestro d'arte e l'apprendista.

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