Condividi su

Normative: Fisco

06/07/2015
FISCO - Accertamento da studi di settore con accertamento da redditometro

A cura di Alberto Piombo Dott. Commercialista

Nel nostro sistema tributario, le scritture contabili assumono un ruolo importante nella ricostruzione da parte dell’Agenzia delle Entrate del reddito di impresa o di lavoro autonomo, anche se una contabilità apparentemente regolare non è sempre sintomo di regolarità da un punto di vista tributario.

L’Agenzia delle Entrate utilizza altri “strumenti” accertativi, quali gli studi di settore e il redditometro.

 

Studi di settore

Infatti seppur un contribuente possa risultare “congruo e coerente”, gli accertatori possono riscontrare un maggior utilizzo di materie prime, beni e servizi, tali da indicare un maggior reddito in capo al Contribuente rispetto a quanto dichiarato.

Gli studi di settore, da un lato consentono di conoscere preventivamente le aspettative dell’Amministrazione Finanziaria con la conseguente possibilità di adeguare i propri ricavi o compensi a quelli risultanti dall’applicazione degli studi, oppure di non adeguarli qualora esistano validi motivi che ne giustifichino lo scostamento, mentre dall’altro lato, il loro utilizzo supera la modalità di determinazione dei ricavi o compensi basata sui dati contabili, in quanto consentono di attribuire un ricavo o compenso potenziale.

Tale ricavo è stimato tenendo conto sia di variabili contabili, sia di variabili strutturali che influenzano il risultato economico anche con riferimento al contesto territoriale in cui lo stesso opera.

Vi sono infatti categorie omogenee (c.d. Clusters), dal punto di vista strutturale, di settori produttivi a ciascuna delle quali corrisponde una funzione di ricavo.

I contribuenti che si collocano all’interno del c.d. “intervallo di confidenza”, cioè tra il ricavo puntuale previsto dallo studio di settore e quello minimo ammissibile, possono essere considerati “in linea” con le risultanze dello studio di appartenenza.

È il contribuente, quindi, che verificando la propria posizione di congruità indicata nello studio relativo alla categoria nella quale può essere ricondotto, sceglie di adeguarsi, nell’intervallo di confidenza, ai ricavi o compensi presunti, compilando l’apposito modello della dichiarazione, determinando e liquidando le imposte dovute.

Da quanto appena esposto in merito alla conformazione degli studi, risulta evidente che dagli stessi esulino le variabili soggettive che interessano ogni singolo soggetto, le quali possono essere fatte valere solo nella fase di fattivo confronto tra il medesimo e l’Amministrazione Finanziaria.

Fulcro della fase dialettica diviene, pertanto, la valutazione delle caratteristiche del singolo contribuente, onde stabilire se la sua situazione concordi o meno con quella del gruppo di appartenenza (e, di conseguenza, con quella della realtà produttiva), tenendo in debita considerazione il concetto di normalità assunto dallo studio di settore che si applica nel caso concreto.

Accade frequentemente che l’Amministrazione proceda alla rettifica dei ricavi o dei proventi del contribuente, tramite una ricostruzione analitica-induttiva che prende le mosse dal consumo di materie prime, beni e servizi per variare il reddito prodotto.

Ciò avviene nonostante la congruità e la coerenza alle risultanze degli studi e in assenza di contestazioni in ordine a irregolarità contabili, tali da rendere infedeli e incompleti i dati dichiarati.

La legittimità o meno di un tal modo di procedere non ha ancora trovato una risposta univoca da parte della Giurisprudenza.

Agli orientamenti giurisprudenziali ora favorevoli e ora contrari a tale metodologia, si affianca un documento di prassi, con il quale l’Amministrazione Finanziaria ha avuto cura di precisare che le Direzioni Provinciali procederanno al controllo della corretta contabilizzazione e dichiarazione dei ricavi e compensi conseguiti dagli operatori economici che risultano congrui rispetto alle risultanze degli studi di settore solo nel caso in cui, a seguito di una puntuale attività di analisi di rischio e di selezione, ritengano sussistenti elementi idonei a giustificare il controllo di dette specifiche posizioni soggettive.

Al fine di stabilire se gli accertamenti induttivi di tal genere si basino su “gli elementi idonei” a cui si riferisce l’Amministrazione, è fondamentale partire dall’analisi del dato normativo.

Il legislatore, nel riferirsi all’accertamento analitico-presuntivo svolto nei confronti di esercenti imprese, arti o professioni, ha disposto che lo stesso possa basarsi anche sull’esistenza di gravi incongruenze tra i ricavi, i compensi ed i corrispettivi dichiarati e quelli fondatamente desumibili dalle caratteristiche e dalle condizioni della specifica attività svolta, ovvero dagli studi di settore.

A quanto emerso dallo studio di settore congruo e coerente possono essere validamente opposte da parte dell’Agenzia presunzioni purché gravi, precise e concordanti.

Sul punto si sta facendo strada in giurisprudenza un orientamento secondo cui anche una sola circostanza possa da sola costituire un tal tipo di presunzione e, quindi, legittimare la rettifica dell’Ufficio.

Posto, quindi, che l’Ufficio, di fronte a un contribuente risultato congruo e coerente agli studi di settore, deve fornire elementi idonei a sorreggere l’accertamento per maggiori ricavi o compensi, ricorrendo anche a presunzioni, la seconda conseguenza che si trae è che la discrasia tra quanto dichiarato e quanto ricostruito con elevato grado di certezza, deve essere rilevante, cioè devono sussistere “gravi incongruenze”.

In assenza delle stesse, l’accertamento analitico- induttivo è impedito dal legislatore.

Quando lo studio di settore non è in grado di supportare un accertamento, l’Agenzia sta ultimamente spostando l’attenzione sull’utilizzo combinato di due metodologie accertative: quella da studi di settore e quella sintetica da redditrometro .

Negli inviti a comparire al contraddittorio rivolti a soggetti non congrui e coerenti allo studio di settore, si legge sempre più spesso che la stima dei ricavi operata dallo studio risulta ulteriormente corroborata da circostanze le quali rafforzerebbero la elevata probabilità che i ricavi conseguiti non siano, in realtà, quelli dichiarati dal contribuente.

Viene indicato che tali circostanze sono impiegate per ricostruire la capacità contributiva e per verificare la relazione della stessa con la disponibilità di spesa correlata a quanto dichiarato.

Tale modo di operare è stato esplicitato dalla stessa Amministrazione in diversi documenti, laddove viene disposto che per i soggetti non congrui le attività di controllo andranno in specie incentrate, sin dalla fase di selezione, oltre che sul predetto livello di scostamento evidenziato dalla applicazione degli studi di settore anche sull’analisi della complessiva situazione del contribuente, acquisendo - sia dalla banca dati dell’Anagrafe Tributaria, sia mediante ricerche locali – ulteriori elementi che consentano di rafforzare la presunzione di non congruità dei ricavi o compensi dichiarati. Si fa in specie riferimento sia ad indicatori di capacità di spesa e di capacità contributiva riferibili alla/e persona/e fisiche direttamente collegate alla posizione IVA non congrua, sia ad elementi direttamente riferibili a quest’ultima.

In altri termini l’Ufficio utilizza le spese personali sostenute dal contribuente o da persone a lui comunque riconducibili in un determinato periodo di imposta per dimostrare che, nello stesso arco di tempo, vi sia stata evasione del reddito di impresa o derivante dall’esercizio di arti o professioni e pertanto arrivare a provare che i dati inseriti negli studi di settore non siano veritieri.

Ciò in quanto l’utilizzo combinato dei due strumenti è quindi quello di accertare un maggior reddito sulla base delle spese personali (redditometro) per poi ribaltarlo sul piano del reddito di impresa o di lavoro autonomo.

 

La fase del contradditorio

È quindi estremamente importante affrontare la fase del contraddittorio ben preparati con una documentazione – in particolare sul fronte delle spese – che induca l’Amministrazione finanziaria ad abbandonare l’accertamento.

In particolare:

a) per quanto riguarda le spese certe (cioè quelle oggettivamente riscontrabili), il contribuente può far valere l’errata imputazione delle stesse o l’inesattezza delle informazioni in possesso dell’Amministrazione;

b) per quanto concerne le spese per elementi certi, il soggetto passivo di imposta può dare evidenza di fatti, situazioni e circostanze, supportate anche indirettamente da documentazione, da cui si possa riscontrare l’inesattezza relativa alla ricostruzione delle stesse o la loro diversa imputazione;

c) per le spese per investimenti, il contribuente potrà fornire informazioni circa la formazione della provvista e dell’utilizzo della stessa per l’effettuazione dello specifico investimento.

Torna alle normative