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Normative: News Legali

10/03/2015
NEWS - La validità delle clausole claims made pura

A cura dell'Avv. Tommaso Bagnulo

Sempre più di frequente nella prassi commerciale si sta assistendo al passaggio delle polizze per la responsabilità civile dei professionisti dallo schema ordinario definito loss occurance, previsto dall’art.1917 c.c., a quello del claims made, di matrice anglosassone. Dinanzi a tale evoluzione, anche la giurisprudenza ha apportato il proprio contributo, delineando progressivamente l’ambito di validità delle clausole c.d. claims made, letteralmente clausole “a richiesta fatta”.

Nello schema di cui all’art. 1917 c.c., l’obbligazione dell’assicuratore ha come oggetto i sinistri che si sono verificati durante il periodo di efficacia del contratto di assicurazione; sinistri che possono essere denunciati all’assicuratore in qualunque tempo, purché nel rispetto dei termini prescrizionali. Diversamente, le clausole claims made deviano dallo schema tipico, ampliando la responsabilità dell’assicuratore per i fatti verificatisi anche prima del periodo di efficacia del contratto (claims made c.d. pura); ovvero restringendo la responsabilità a un tempo convenzionalmente stabilito (claims made c.d. mista).

Con specifico riguardo alle clausole claims made pura, la Cassazione si è espressa affermando l’astratta validità delle stesse, e ha spiegato, in più occasioni, che la fattispecie risultante dall’utilizzo di tali clausole cade fuori dall’art. 1917, primo comma, c.c., in relazione alla nozione di “fatto” accolta dalla norma. Invero, ciò che rileva ai fini delle clausole in parola è che, durante il periodo di efficacia del contratto, sia intervenuta la denuncia (claim) dell’evento del fatto; mentre quest’ultimo può essere avvenuto in un periodo diverso, (da ultimo: Cass. Civ. sent. n. 3622/2014).

Sul punto, il Supremo Collegio, già con sentenza n. 7273/2013, aveva elaborato un’importante distinzione tra la nozione di sinistro da quella di rischio.

Sinistro è il fatto materiale che produce la conseguenza dannosa.

La nozione di rischio fa, invece, riferimento al diverso elemento della conoscenza dell’evento di danno da parte del danneggiato.

Pertanto, nell’ipotesi di clausole claims made pura, la nozione di rischio corrisponde con l’eventualità che al danneggiato venga rivolta una domanda risarcitoria in seguito all’evento di danno cagionato dalla propria condotta colposa. Ne consegue che nel momento della stipula del contratto di assicurazione professionale, in presenza di claims made, sull’assicurato incombe l’alea del rischio e non del fatto (sinistro), essendo del tutto irrilevante che quest’ultimo sia avvenuto durante il periodo di efficacia della copertura assicurativa o prima.

La Cassazione ha tuttavia posto come problematico il giudizio sulla validità delle clausole claims made, per il venire a mancare del rapporto di corrispettività tra pagamento del premio e diritto alla copertura assicurativa, per il solo fatto che la denuncia di sinistro sia fatta successivamente alla cessazione del contratto, facendo così intendere l’esistenza del possibile futuro ripensamento della questione esposta.

È allora il caso di ricordare che sul punto è di recente intervenuto il Tribunale di Palermo, sez. I Civile con sentenza n. 5828/2014, che ha negato la presenza di alcuna sproporzione tra la polizza con clausola claims made pura e la polizza loss occurence, sotto il profilo dell’equilibrio nel rapporto sinallagmatico tra le parti. Ne consegue che le suddette clausole, non incidendo sull’assetto degli interessi disciplinati dal contratto, non rientrano nel novero delle pattuizioni contemplate dall’art. 1341, secondo comma, c.c. e, pertanto, sono valide ed efficaci a prescindere dal fatto che siano state sottoscritte specificatamente e per iscritto dalle parti.

Pertanto, da quanto sopra esposto, si deduce che la giurisprudenza è giunta a una comune impostazione in merito alla valutazione delle clausole claims made, che hanno scalzato la precedente prassi assicurativa delle clausole loss occurrence, codicisticamente previste. Esse, infatti, non sono né nulle né vessatorie, bensì concorrono semplicemente alla determinazione dell’oggetto del contratto, senza per questo influire sulla limitazione della responsabilità dell’assicuratore.

 

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