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Normative: News Legali

02/07/2014
NEWS - La Corte Costituzionale torna ad occuparsi della Legge Pinto sulla equa riparazione per irragionevole durata del processo.

A cura dell'Avv. Tommaso Bagnulo

Con ordinanza del 9 maggio 2014 (n. 124) la Corte Costituzionale ha dichiarato manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale sollevata rispetto al comma 3 dell’art. 2bis legge 89/2001 (c.d. Legge Pinto) articolo aggiunto dall’art. 55, comma 1, lett. b) del d.l. 83/2012 (c.d. “decreto Crescitalia”), convertito con legge 134 del 2012.

La Corte d’Appello di Reggio Calabria aveva sollevato la questione di illegittimità costituzionale in riferimento all’art. 117 della Costituzione in relazione all’art. 6 della Convenzione per la Salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali del 1950 (Convenzione di Roma, c.d. CEDU), ritenendo che la disposizione menzionata secondo la quale “la misura dell’indennizzo […] non può in ogni caso essere superiore al valore della causa o, se inferiore, a quello del diritto accertato dal giudice”, violerebbe il parametro invocato “nella parte in cui limita la misura dell’indennizzo (liqui-dabile in favore della parte che abbia subito un danno per la durata irragionevole del processo presupposto) al “valore del diritto accertato” senza alcuna ulteriore specificazione o limite, comportando l’impossibilità di liquidare in alcuna misura un’equa riparazione in favore della parte che, nel processo presupposto, sia risultata interamente soccombente”.

Rilevava invero la Corte d’Appello che già la Corte di Cassazione aveva più volte affermato la spettanza del diritto all’equa riparazione a tutte le parti del processo “indipendentemente dal fatto che esse siano risultate vittoriose o soccombenti e dalla consistenza economica ed importanza del giudizio”; parimenti il rimettente sottolineava come anche la Corte di giustizia dell’Unione europea avesse – in ossequio alla CEDU – affermato il principio secondo il quale ai fini della spettanza dell’equa soddisfazione fosse assolutamente irrilevante la soccombenza del ricorrente in sé e per sé considerata.

La Corte Costituzionale ha rilevato l’erroneità del presupposto da cui la Corte d’Appello rimettente la questione di illegittimità ha sollevato tale questione, partendo essa invero dal presupposto interpretativo alla base della dedotta violazione del parametro costituzionale secondo cui il limite del valore del diritto accertato dal giudice comporterebbe l’impossibilità di liquidare un indennizzo a titolo di equa riparazione della violazione del diritto alla ragionevole durata del processo in favore di chi – attore o convenuto – sia risultato nello stesso soccombente.

Di contro ha ritenuto la Corte Costituzionale che l’erroneità di tale assunto si rinvenga nel fatto che la disposizione censurata nella parte in cui dispone che la misura dell’indennizzo liquidabile a titolo di equa riparazione “non può in ogni caso essere superiore […] al valore del diritto accertato dal giudice”, deve essere intesa nel senso che essa si riferisce ai soli casi in cui questi accerti l’esistenza del diritto fatto valere in giudizio e non anche, come invece ritenuto dai giudici della Corte d’Appello di Reggio Calabria, al caso dell’accertamento dell’inesistenza di tale diritto – e, quindi, della soccombenza (dell’attore) – e non comporta l’impossibilità dunque di liquidare un indennizzo in favore della parte risultata soccombente nel processo presupposto.

La lettura costituzionalmente orientata e corretta della Corte Costituzionale ribadisce dunque che l’equo indennizzo spetta anche alla parte soccombente, salvo questi sia stato condannato per responsabilità aggravata e, quindi, qualora abbia proposto lite temerariamente o abbia artatamente resistito in giudizio al solo fine di perseguire con tattiche processuali di varia natura una durata del processo determinandone delle dilatazioni temporali irragionevoli.

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