Condividi su

Normative: News Legali

21/02/2013
NEWS - Il contratto di associazione in partecipazione nella legge n. 92/2012 (Riforma Fornero)

A cura dell'Avvocato Tommaso Bagnulo

La riforma del mercato del lavoro n. 92/2012, ben nota come Riforma Fornero, coinvolge (e sconvolge) numerose tipologie contrattuali, tra le quali merita particolare menzione il contratto di associazione in partecipazione.
In questa materia, disciplinata all’articolo 2549 c.c., la Riforma Fornero dispone che a far data dal 18 luglio 2012 i contratti di associazione in partecipazione, se aventi un numero di associati superiore a tre per lo svolgimento della medesima attività, si convertono ipso iure in contratti di lavoro subordinato a tempo indeterminato.
In particolare i commi 28-31 dell’articolo 1 della suddetta legge prevedono che: il numero degli associati in partecipazione “impegnati in una medesima attività”, indipendentemente dal numero di associanti, non potrà essere superiore a tre, con l’unica eccezione nel caso in cui gli associati siano legati all’associante da rapporto coniugale, di parentela entro il terzo grado o di affinità entro il secondo; inoltre, si precisa che gli stessi associati dovranno essere necessariamente in possesso di “competenze teoriche di grado elevato acquisite attraverso significativi percorsi formativi” oppure da “capacità tecnico-pratiche acquisite attraverso rilevanti esperienze” e pattuite con soggetti “titolar(i) di un reddito annuo da lavoro autonomo non inferiore ad euro 18.662,50”. Rimangono infine in vigore gli obblighi dell’associante di garantire “un’effettiva partecipazione dell’associato agli utili dell’impresa o dell’affare” e di consegnare a quest’ultimo il “rendiconto previsto dall’art. 2552 c.c.”.
Tale modifica induce a ripensare il modello giuridico di tale tipologia contrattuale, in passato ricondotta tra gli schemi di tipo associativo (o, secondo altri, sinallagmatico), investendo la posizione dell’associato che apporta lavoro. Invero, punto fondamentale della suddetta novella è che relativamente ai rapporti formalmente di associazione in partecipazione che difettino dei tratti tipici di tale istituto opera una presunzione di subordinazione del rapporto; presunzione relativa in quanto è fatta salva la possibilità per l’associante di dimostrarne la natura autonoma, escludendosi pertanto un’assimilazione tout court di tale contratto con il lavoro subordinato.
Tuttavia, a fronte di tale cambiamenti strutturali, emergono i primi dubbi interpretativi. Invero, l’applicazione di un così grave impianto sanzionatorio potrebbe avere un impatto non lieve sul piano giuridico, infatti: se nel contratto di associazione in partecipazione vi è anche una singola posizione mancante dei requisiti ivi descritti si determina comunque una conversione di “tutti” gli altri rapporti di lavoro autonomo, anche se provvisti di tutti gli elementi ex art. 2549 c.c. novellato, ivi compresi i rapporti di lavoro intercorrenti con il coniuge o con il proprio figlio.
In secondo luogo, risulta scarsamente incisiva l’introduzione della prova contraria ammessa dal legislatore qualora manchi il requisito dell’effettiva partecipazione dell’associato agli utili dell’impresa o qualora non gli sia stato consegnato il rendiconto, in quanto la costante giurisprudenza individua proprio in questi due elementi i criteri discretivi tra associazione in partecipazione e lavoro subordinato (da ultimo, Cass. n. 2496/2012).
Infine, un ulteriore dubbio interpretativo sorge nel momento in cui si considera la nozione di “medesima attività” introdotta dalla riforma, in quanto trattasi di un elemento ontologicamente estraneo al contratto di associazione in partecipazione, che ha sempre avuto riguardo “all’impresa o ad uno o più affari”.
È necessario evidenziare che i dubbi emersi nei confronti del nuovo contratto di associazione in partecipazione con apporto di lavoro assumono particolare rilevanza anche e soprattutto dal punto di vista fiscale, ossia in relazione all’articolo 53, 2° comma, T.U.I.R, che considera i redditi rivenienti da tali rapporti di lavoro come redditi di lavoro autonomo. Al contrario la riqualificazione del contratto in oggetto come rapporto di lavoro dipendente determinerebbe l’applicazione del principio di onnicomprensività proprio di tale categoria e delle maggiori ritenute alla retribuzione annua.

Torna alle normative