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Articoli - Archivio

18/12/2014
NUOVA VITA ALLE GOMME PIENE

Ecocompatibilità

 

Dalle gomme piene fuori uso per gru e carrelli elevatori nascono prodotti ecocompatibili per industria e agricoltura. Accade nel Cremonese, dove un’industria innovativa lancia un appello: dateci più gomme piene da riciclare

Lucia Scatolin

Milano, piazza della Scala. Una ragazza si scatta un selfie davanti al teatro lirico più famoso al mondo, mentre passa uno di quei tram gialli che da 85 anni portano a spasso i milanesi. La scena si ripete decine di volte ogni giorno, ma nessuno si rende conto che, in quell’inquadratura, i materiali ricavati dalle gomme piene fuori uso entrano almeno quattro volte. Difficile immaginarlo, senza essere del mestiere. E non solo perché per due volte i materiali non si vedono, celati da strutture che li coprono. E perché abbiamo supposto due cose molto probabili, anche se non necessariamente vere: che le scarpe della ragazza abbiano suole di gomma e che nell’inquadratura entri una delle aiuole della piazzetta, con il terreno pacciamato (cioè ricoperto da uno strato di materiale sfuso che impedisce la crescita delle erbacce).

Prima di risolvere definitivamente il mistero, facciamo qualche passo indietro. Quando pensiamo a cosa si può ottenere dalle gomme fuori uso ci vengono in mente i pneumatici e non quelli pieni, utilizzati nella movimentazione industriale (carrelli, gru semoventi, trattorini per i treni di carrelli). Queste gomme sono simili, per molti versi, ai pneumatici per veicoli industriali: hanno più vite, segnate da riscolpiture e ricostruzioni, e contengono percentuali molto alte di prezioso caucciù naturale, che le rendono molto elastiche. Recuperandone il materiale si realizzano suole di scarpe, materiale per la pacciamatura del terreno, tappetini antivibranti per i binari di ferrovie e tranvie, materiale termoisolante e fonoassorbente per l’edilizia. Se pensiamo che una delle applicazioni di questo materiale è stata proprio la ristrutturazione della Scala, ecco come le nostre gomme fuori uso possono comparire quattro volte nel selfie di piazza della Scala.

Il mercato delle gomme piene è molto più ridotto rispetto a quello dei pneumatici, ma comunque tale da produrre una grande quantità di rifiuti che andrebbe a ridurre le capacità delle discariche. Per questo le aziende che si occupano del loro riutilizzo sono poche. Una è italiana: si chiama E-Cova, ha sede nella pianura cremonese e nasce da un’attività di ricostruzione, commercio e assistenza di gomme superelastiche e cushion. L’idea è nata con il decreto Ronchi, che ha segnato un passo fondamentale verso il corretto trattamento dei rifiuti. Fino a una quindicina di anni fa anche la Cova Claudio & Figli conferiva in discarica tutti i rifiuti che derivavano dalla sua attività: carcasse non più ricostruibili e materiali derivati dalla raspatura dei battistrada da sostituire. Parte di questi rifiuti è costituita da cavi d’acciaio e materiale tessile, ma c’è soprattutto molta gomma che può tornare a nuova vita, nei modi che abbiamo visto o come componente di nuove ruote per impieghi con minori esigenze, come quelle per carrelli e attrezzature movimentate a mano.

L’idea di recuperare la gomma dalle ruote piene è nata osservando la raspatura delle ruote da ricostruire: un’operazione simile alla tornitura, in cui la ruota viene fatta girare e un utensile rotante da taglio asporta il battistrada. Negli anni questa idea è stata migliorata e i tecnici E-Cova sono arrivati a brevettare macchine ormai molto differenti dalle raspatrici, con produttività più elevata (con l’attuale modello AT22110 il ciclo è completamente automatizzato, le operazioni manuali si limitano al carico e scarico e un operatore può gestire due macchine in parallelo) e un ciclo di lavoro specifico per il riciclo dei materiali; l’idea di fondo, però, è sempre la stessa. Per questo non si possono riciclare gomme che non siano in grado di essere calettate sulla macchina e fatte girare, come quelle lacerate o sezionate. Una volta montata, la ruota viene tornita sino a quando l’utensile di taglio non incontra la struttura di cavi metallici; qui la raspatura si interrompe automaticamente, in modo da non contaminare polverini e sfilacciati. A valle di questa operazione i vagli separano il materiale secondo la pezzatura, ricavandone materiale dalla granulometria uniforme che viene stoccato in silos o big bag pronti per la spedizione. Alcune giornate all’anno sono destinate alla lavorazione delle coperture antitraccia, quelle in gomma bianca utilizzate per esempio nei magazzini di alimentari o prodotti farmaceutici. Il ricavato viene utilizzato in alcune applicazioni particolari, che richiedono una ricoloritura del materiale.

Il contenitore pieno di gomma è quanto esce dalla E-Cova. Il suo compito finisce qui: sono poi i suoi clienti, quasi tutti del nord Europa, a trasformare questa materia prima secondaria in oggetti di uso quotidiano. Le suole, così come le nuove ruote o i tappetini, nascono dal polverino. Lo sfilaccio fine viene utilizzato per le pavimentazioni decorabili di asili e palestre e per i pannelli antivibranti, quello un po’ più grande per i pannelli fonoassorbenti e termoisolanti utilizzati nell’edilizia. Una quarta pezzatura più grande va invece a costituire il materiale da pacciamatura, che potrebbe essere pronto così come esce dalla raspatura ma spesso viene tinto in colori che imitano il pacciame per eccellenza: la corteccia. Rispetto alla quale, però, la gomma ha un grande vantaggio: non marcisce e non fa da base a funghi e parassiti delle piante. Sempre questa pezzatura viene utilizzata come pavimentazione antishock di impianti sportivi all’esterno, come le strutture dedicate al parkour, una disciplina urbana che nasce sulla base di un percorso a ostacoli.

Le gomme, a inizio attività, arrivavano soltanto dalla rete di vendita e assistenza della Cova Claudio & Figli, estesa a tutto il nord Italia e alla Toscana. I suoi collaboratori consegnano al cliente (gommista o gestore di flotta a noleggio) la ruota nuova, quasi sempre già montata su un cerchione fornito dalla Cova stessa (che è anche in grado di costruirli) e ritirano qualche giorno dopo quella fuori uso. Oggi il flusso di carcasse è continuo, ma non basterebbe ad alimentare la richiesta delle aziende che trasformano gli scarti di gomma. Per questo la E-Cova si fa conferire materiale da gommisti e da operatori che riciclano pneumatici fuori uso, in Italia ma anche in Francia. Questi hanno regolarmente una frazione di gomme piene, che non sarebbero in grado di lavorare. Il riciclo risolve anche un altro problema: le gomme piene non possono contare sul contributo per i pneumatici fuori uso in quanto la norma lo prevede esclusivamente per pneumatici veri e propri, vale a dire involucri destinati a contenere aria in pressione; le gomme piene, non avendo tali caratteristiche, sono fuori dal dettato legislativo e rappresenterebbero dunque per i gommisti un costo addizionale. Così si chiude un circolo virtuoso, che preserva l’ambiente e riduce i costi. Tutto bene, dunque? In linea di massima sì, anche se (come evidenzia il box sopra “Una filiera che potrebbe funzionare meglio”), quest’idea innovativa ed ecocompatibile vive una situazione paradossale: mancano i rifiuti da riciclare, proprio quando molte carcasse di gomme piene vengono ancora smaltite con metodi meno virtuosi.

 

 

VERSO IL MEZZO SECOLO DI GOMME

La prima azienda della famiglia Cova nasce nel 1967 per la ricostruzione di gomme per vettura e autocarro, che rimarrà il core business fino a metà anni Ottanta. A fianco di questa si sviluppa il commercio di gomme piene (superelastiche, elastiche, cushion e rulli per transpallet) per la movimentazione industriale. Nel 1985 anche la ricostruzione si dirige verso questo settore, che negli anni prenderà il sopravvento fino a far abbandonare le lavorazioni su pneumatici. Tutto avviene con processi interni, come sottolinea orgogliosamente il marchio “100% Cova”.

Nel 1995 arriva l’officina che gestisce, costruisce e ripara i cerchi: è la base del servizio Re-turn, che fornisce al cliente la gomma nuova o ricostruita già montata su un cerchio identico a quello del veicolo da gommare. Le operazioni di montaggio sono quindi a carico della Cova, con un notevole risparmio di tempo per il gommista. Nell’officina vengono anche costruiti ex novo cerchioni, destinati all’aftermarket ma anche al primo impianto: sono diversi i costruttori che si rivolgono alla Cova per equipaggiare le loro gru e i loro carrelli. Nel 2000 l’azienda costruisce al proprio interno le prime macchine raspatrici specificamente destinate alle lavorazioni per il riciclo della gomma. In dieci anni il business cresce considerevolmente, sino alla fondazione della E-Cova (2011) che segue specificamente questo settore.

Le due aziende sono oggi dirette dai fratelli Raffaella e Gabriele Cova, figli del fondatore. Ricostruzione e riciclo lavorano oggi su tre turni, con gli impianti in funzione 24 ore. Nel 2013 hanno lavorato oltre 1.100 tonnellate di prodotto.

 

 

UNA FILIERA CHE POTREBBE FUNZIONARE MEGLIO

Le gomme piene fuori uso hanno un codice rifiuto CER (160103) e secondo la direttiva europea 1999/31 EC non possono più essere avviate in discarica ma devono essere riciclate. Paradossale, quindi, che l’unica grande difficoltà sia oggi il reperimento della materia prima. Per molti gommisti il carrello elevatore è un business collaterale e ridotto, per cui non pensano a smaltire le gomme piene separatamente dai pneumatici. E nemmeno sono informati della differenza delle filiere del riciclo. C’è poi un altro problema: le low cost di provenienza asiatica, che hanno pochissima gomma superelastica, spesso sostituita da materiali tessili. Questi, oltre a non garantire un corretto ammortizzamento, contaminerebbero polverino e sfilaccio. La E-Cova è costantemente alla ricerca di nuovi partner e collaboratori, specie nelle zone non coperte dalla rete della Cova Claudio & Figli, che possano garantire l’approvvigionamento di gomme piene fuori uso. 

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