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Articoli - Archivio

29/10/2018
Manca… la materia prima principale

Autotrasporto

 

Serviranno 20mila autisti nei prossimi 5 anni ma è sempre più difficile trovarli  per le aziende italiane. Nuove sfide per il settore.

Paolo Castiglia

È quasi allarme rosso. Molto semplicemente nel settore autotrasporto sta diventando sempre più difficile trovare la materia prima principale, la più importante delicata, diciamo cosi il “carburante umano”: le imprese italiane non riescono più a trovare in tempi gli autisti qualificati e preparati, necessari a mettere in moto la colossale macchina del trasporto merci italiano su strada.

Di fatto il trasporto è un settore chiave sul fronte dell’occupazione: secondo una stima nei prossimi 5 anni l’Italia avrà bisogno di 20.000 autisti, 180.000 l’Europa. In questo scenario l’Unrae – l’Associazione delle Case automobilistiche estere in Italia – con un accordo con il referente istituzionale del settore, proprio il Comitato Centrale dell’Albo degli Autotrasportatori, ha sottoscritto, insieme ai rappresentanti di altre sedici organizzazioni del settore, un protocollo d’intesa per promuovere e valorizzare la professione di conducente di veicoli per il trasporto di merci.

“È nostra intenzione – si legge in una nota congiunta – far recuperare competitività all’autotrasporto italiano e nel contempo di offrire ai giovani concrete possibilità di acquisire i titoli necessari per praticare la professione di autista e proprio per questo l’Albo ha stanziato per il Progetto la cifra 4 milioni di euro, che sono stati destinati a dotare i giovani interessati degli attestati professionali (patente C e CQC) arttraverso i necessari passaggi di formazione professionale”.

Qual è quindi il problema, un problema di tale portata da dar vita a questo tipo di risposta sia dalle istituzioni governative ministeriali, sia dal mondo associativo di rappresentanza delle imprese del settore intero? Per prima cosa occorre dire che I tempi evolvono, ma soprattutto passano e, a fronte di centinaia di autisti che vanno in pensione, non si assiste al ricambio generazionale: la cosiddetta “vecchia guardia” che appende il volante al chiodo non ha chi la sostituisce e i giovani non considerano questa opportunità che, tra gli altri, consente di avere un posto fisso.

Secondo gli addetti ai lavori bisognerebbe spiegare bene ai giovani che la vecchia immagine del camionista solo e disperato nella notte modello “il bestione”, film anni ’70 con Giancarlo Giannini per capirci, non esiste più, soprattutto perché i mezzi sono diventati quasi delle astronavi e sono governati e diretti da centri logistici che sembrano delle basi spaziali. Ci sono schermi e pannelli di controllo e di geolocalizzazione in grado di monitorare costantemente tutti i tragitti dei mezzi. “Certo, il sacrificio non manca, ma questo – insistono i promotori dell’iniziativa – vale per tutti i lavori”.

Esisterebbe poi, allo stato attuale, la necessità un notevole turn over. “È un fatto che si fa sempre più fatica a trovare giovani disponibili, anche perché si tratta di un lavoro che ormai comporta una qualificazione sempre più importante” ci spiega Armando Pugliese, direttore della logistica di Italtrans, importante azienda lombarda che ha una flotta da mille mezzi. Un altro fattore che, infatti, scoraggia gli aspiranti autisti è il conseguimento delle apposite patenti e del CQC, ovvero il Certificato di Qualificazione del conducente: la trafila burocratica può costare anche 6/7 mila euro.

Di fatto in realtà autisti ci sarebbero, ma non vengono volentieri a lavorare per imprese italiane per problemi fiscali. Per un po’ l’utilizzo di personale straniero ha calmierato il mercato sempre più alla ricerca di queste professionalità. “Ma se oggi sei rumeno, polacco, serbo o siriano prima di tutto vai a lavorare dove ti pagano meglio. E fuori dell’Italia ci sono tanti posti dove pagano meglio, non tanto come cifra degli stipendi perché in realtà siamo secondi in Europa con circa 51 mila euro l’anno ma il fatto è che in tasca ne rimangono meno di 30 mila euro" spiegano ancora i titolari delle aziende.

La situazione quindi vede assunzioni quindi che sarebbero pronte subito ma un comparto in piena crisi vocazionale. Sul tema interviene anche la Filt – Federazione Italiana Lavoratori Trasporti – che ha parlato di condizioni di lavoro “ormai insostenibili” e di stipendi che “non sono più quelli di una volta”. Il sindacato del settore spiega infatti che una volta, appunto, le spese di chi stava sempre per strada, venivano totalmente o parzialmente rimborsate dalle aziende. Per spese si intendono soprattutto quelle per i pasti, per dormire, lavarsi e via dicendo. Oggi, le condizioni di lavoro sono molto, ma molto diverse. “Ci sono ancora, ovviamente, aziende che rimborsano le spese di una vita passata in strada, ma sono purtroppo molte di meno e con vincoli decisamente più stringenti. Per questo una parte più o meno rilevante dello stipendio di un camionista, spesso, finisce proprio nel doversi mantenere durante il lavoro”, denuncia il sindacato.

Per questo, secondo Unrae, l’autotrasporto deve essere un tema di massima priorità per i decisori politici, i quali hanno il compito e la responsabilità di mettere in atto una politica che garantisca lo sviluppo efficiente, sicuro e sostenibile del sistema di trasporto nel Nostro Paese. È necessario definire al più presto una politica industriale e sociale del settore che riporti alle aziende italiane una quota importante del trasporto internazionale e un piano di sviluppo che comporti l’uso integrato delle diverse soluzioni di logistica come l’unica possibile risposta alla domanda di sostenibilità complessiva del sistema.

 

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Un ruolo centrale da rivendicare per il settore

Il settore dei trasporti su gomma svolge un ruolo di primaria importanza in Italia, basti pensare che i dati Eurostat evidenziano che nel nostro paese l’86,5% della merce viaggia su gomma (76,4% in Europa). Ciò significa che, nonostante non tutti ne abbiano piena consapevolezza, si tratta di uno dei settori che rivestono un’importanza strategica e ha un impatto determinante sull’intero sistema economico italiano. È evidente anche quindi che se il trasporto riveste un’importanza strategica, non dovrebbe essere affidato in larga maggioranza a imprese estere, così come le aziende di trasporto italiane non dovrebbero essere messe nelle condizioni di delocalizzare all’estero la propria attività. Il problema è che lo fanno per sfuggire all’eccessiva pressione fiscale italiana e a costi di gestione insostenibili.

 

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La grande chance dello sviluppo tecnologico

Le case costruttrici di veicoli industriali hanno investito ingenti somme nello sviluppo tecnologico del prodotto, tanto da essere oggi in grado di offrire sul mercato veicoli che non solo rispondono alle più avanzate norme sull’inquinamento e sulla sicurezza, ma già prefigurano un futuro ormai prossimo, nel quale si dovrà dare attenzione prioritaria alla sostenibilità economica e ambientale come condizione indispensabile per rendere competitive le imprese italiane. Una nota Unrae spiega come “il mondo del trasporto pesante si trova ad affrontare un momento fondamentale nel passaggio verso un trasporto maggiormente sostenibile e sicuro: in questo scenario digitalizzazione e connettività giocheranno un ruolo chiave nel far sì che questo cambiamento diventi realtà. Un esempio su tutti lo sviluppo di smart road, un progetto estremamente innovativo al quale stiamo lavorando e che ci auguriamo possa presto vedere la luce in un paese che dimostra così la propria voglia di innovare per crescere, in uno scenario europeo estremamente competitivo”.

Ad oggi però questo sforzo tecnologico non è sfruttato a dovere, poiché il parco circolante italiano risulta essere tra i più datati d’Europa: i veicoli di portata maggiore o uguale alle 16t hanno un’età media di 11,3 anni, con il trend attuale saranno necessari 11 anni per sostituirli tutti. “Questo comporta conseguenze negative sia in termini di sostenibilità che di sicurezza, – conclude la nota – solo il 4,2% del parco circolante è dotato dei più avanzati sistemi di sicurezza obbligatori da novembre 2015. In particolare AEBS, il dispositivo avanzato di frenata di emergenza) e LDW (sistema di avviso di deviazione dalla corsia.”

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