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Articoli - Archivio

03/09/2018
La rivoluzione è vicina

Economia circolare

 

L’aggiornamento delle direttive europee sull’economia circolare porterà gli Stati dell’Unione europea ad adottare nuovi modelli produttivi. Il settore dei pneumatici ha molto da dire e da fare in questa nuova prospettiva

Guido Gambassi

Se ne parla ormai da diversi anni, e dopo l’approvazione definitiva del pacchetto di direttive europee il concetto finora un po’ astratto di economia circolare sta per diventare realtà. Un breve ripasso sui fondamentali: che cos’è l’economia circolare? Una definizione esaustiva è stata offerta dalla Ellen McArthur Foundation, fondazione privata americana che da 40 anni è attiva nella promozione di questo modello, secondo la quale il termine “economia circolare” indica un sistema economico nel quale i flussi di materiali biologici possono essere reintegrati nella biosfera e i flussi tecnici possono essere valorizzati senza entrare nella stessa. In questo modello, i residui derivanti dalle attività di produzione e consumo sono reintegrati nel ciclo produttivo secondo una logica di rigenerazione delle risorse al fine di ridurre l’impatto umano sull’ambiente.

Con l’obiettivo di spostare in tale direzione la barra delle politiche industriali, l’Unione europea ha avviato nel 2015 un “Piano d’azione per l’economia circolare”, che è stato incardinato su quattro iniziative legislative intese ad aggiornare le principali norme comunitarie in materia di rifiuti, ossia: 1) una direttiva di modifica della direttiva quadro sui rifiuti, ovvero la 2008/98/CE; 2) una direttiva di modifica della direttiva su imballaggi e rifiuti da imballaggio, la 94/62/CE; 3) una direttiva di modifica della direttiva sulle discariche di rifiuti, la 1991/31/CE; 4) una direttiva che modifica le direttive 2003/53/CE (veicoli fuori uso), 2006/66/CE (pile, accumulatori e relativi rifiuti) e 2012/19/UE (RAEE, rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche). Dopo un lavoro di oltre tre anni di revisione, contrattazione e aggiornamento le quattro direttive del “pacchetto economia circolare”, la cui relatrice è stata l’eurodeputata italiana Simona Bonafè, sono state approvate in via definitiva dal Parlamento europeo (il 18 aprile 2018) e dal Consiglio europeo (il 22 maggio). Le nuove indicazioni varate dall’Unione, che trovano nella direttiva quadro sui rifiuti il loro nucleo fondamentale, pongono obiettivi di recupero e riuso molto più stringenti, e dovranno essere recepite dai singoli Stati membri entro il mese di maggio del 2020 (ovvero 24 mesi dall’approvazione). Nel caso dell’Italia significherà andare ad aggiornare i diversi decreti legislativi già adottati in recepimento delle rispettive direttive – primo su tutti il Dlgs 152/2006, noto come “Codice ambientale”.

Ed è qui che si apre una fase molto importante per il nostro paese, che anche l’intera filiera italiana del pneumatico segue con grande interesse: dagli attori coinvolti nel recupero e riciclaggio dei pneumatici fuori uso, alle aziende che operano nella ricostruzione dei pneumatici. Tuttavia, mentre i primi possono almeno confidare in una prossima revisione dei Decreti ministeriali sui PFU, che dovrebbero consentire di estendere l’impiego in qualità di materia prima seconda dei materiali ricavati dai pneumatici smaltiti, per quanto riguarda la ricostruzione dei pneumatici si parte da un foglio bianco. Lo sa bene il presidente dell’AIRP – Associazione Italiana Ricostruttori Pneumatici, Stefano Carloni: “I pneumatici ricostruiti rappresentano un perfetto esempio di economia circolare, generando importanti benefici ambientali – afferma Carloni. Tali benefici sono unanimamente riconosciuti, anche se non è stato possibile finora riuscire a incentivare (come avviene in molti altri settori) i prodotti più ecosostenibili”. Ecco perché da parte dei ricostruttori si guarda con attenzione al pacchetto delle direttive europee. A buon diritto, se torniamo a leggere il commento dell’On. Bonafè dopo l’approvazione definitiva del pacchetto economia circolare: “Adesso il compito della politica è quello di supportare chi ha già avviato tali percorsi o si appresta a farlo dando concretezza, anche attraverso investimenti finanziari strategici, a questa rivoluzione economica e culturale europea dalla quale non si può più tornare indietro”, ha commentato la relatrice delle direttive.

Il testo stesso della nuova direttiva sui rifiuti offre numerose indicazioni che lasciano pochi dubbi sulla via da seguire, e su come una pratica come quella della ricostruzione rientri a pieno nel modello circolare: “Gli Stati membri adottano misure volte a evitare la produzione di rifiuti. Tali misure quanto meno: […] incoraggiano la progettazione, la fabbricazione e l'uso di prodotti efficienti sotto il profilo delle risorse, durevoli (anche in termini di durata di vita e di assenza di obsolescenza programmata), riparabili, riutilizzabili e aggiornabili; […] incoraggiano il riutilizzo di prodotti e la creazione di sistemi che promuovano attività di riparazione e di riutilizzo”, si legge all’Art.9. Sul fronte della gestione strategica delle risorse, inoltre, si precisa in premessa che “Alcune materie prime sono di grande importanza per l'economia dell'Unione e il loro approvvigionamento è associato a un elevato livello di rischio. Nell'ottica di garantire la sicurezza dell'approvvigionamento di tali materie prime […] è opportuno che gli Stati membri adottino misure per promuovere il riutilizzo dei prodotti che rappresentano le principali fonti di materie prime essenziali, onde evitare che tali materie diventino rifiuti. In tale contesto, la Commissione ha istituito un elenco di tali materie per l'Unione”, e questo elenco include ovviamente anche la gomma naturale, che ha un tasso di dipendenza dalle importazioni del 100%.

Tutte argomentazioni che una volta di più, secondo il presidente dell’AIRP, riportano in prima linea l’industria della ricostruzione: “Ma non stiamo semplicemente dicendo che il pneumatico ricostruito, come caso virtuoso di economia circolare, peraltro minacciato dall’uso massiccio di pneumatici usa-e-getta, debba essere incentivato. Il discorso da fare è ben più ampio: entrare in una logica di vera economia circolare significa promuovere realmente ed efficacemente la progettazione di beni durevoli, riutilizzabili e riparabili. Dunque anche di pneumatici concepiti da subito per essere ricostruiti”. Una soluzione che però trova dei limiti oggettivi, poiché al momento non esiste alcuna certificazione o etichettatura che attesti la ricostruibilità di un pneumatico. “Questo non è un problema, ma un’opportunità – commenta Carloni – perché non si può parlare di economia circolare senza avere idea di quali pneumatici si possono ricostruire (e quante volte) e quali no, e in assenza di un vero e proprio labelling riteniamo che un computo statistico su un campione sufficientemente ampio fornirà nel giro di poco tempo un indicatore più che efficace per il mercato”. A far capire che il vento sta cambiando ha contribuito anche l'amministratore delegato di Michelin, Jean-Dominique Senard, che recentemente ha dichiarato che nel mondo si deve puntare a produrre ogni anno 400 milioni di pneumatici in meno, offrendo un risparmio ai consumatori e all’ambiente. Certamente, i temi da affrontare per riuscire a traghettare l’industria del pneumatico nell’era dell’economia circolare restano numerosi e complessi, e richiederanno uno sforzo importante da parte dell’industria e delle istituzioni. “Tuttavia non possiamo fermarci di fronte alle difficoltà ma dobbiamo attivarci nella ricerca di soluzioni e di misure tali da agevolare l’attuazione del nuovo modello industriale, rivedendo l’attuale sistema produttivo, fiscale e organizzativo, e tornando per esempio a parlare di ricostruzione dei pneumatici vettura e di fiscalità ambientale a supporto degli utilizzatori”, conclude il presidente dell’AIRP.

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