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L'Editoriale - Archivio

27/04/2012
LIBERALIZZARE È SEMPRE UTILE?

Qualcuno può pensare che almeno da queste liberalizzazioni il consumatore potrà trarre benefici. In realtà non è sempre così. Basta guardare cosa sta accadendo nel settore dell’autotrasporto dove le aziende sono al limite della sopravvivenza, il che crea problemi economici, sociali e di sicurezza al sistema ben maggiori di qualche frazionale risparmio di costo chilometrico.

Renzo Servadei

MENTRE i latini dicevano “In medio stat virtus”, invitando quindi a ricercare nell’equilibrio il comportamento migliore, noi viviamo in un mondo dove alcune pratiche, spesso mutuate da altri paesi, vengono automaticamente associate a operazioni positive, senza pensare a possibili risvolti. 

Una di queste pratiche magiche è rappresentata dalle liberalizzazioni. Quando con questo termine si intende la rimozione di inutili burocrazie, di assurde rendite di posizione o di balzelli che determinano costi a un sistema di imprese già messo a dura prova dalla crisi economica, siamo tutti d’accordo.

Quando invece, dimenticando la saggezza dei latini si ritiene che consentendo a tutti di fare tutto si faccia il bene dei consumatori, credo si stia mettendo in atto un’operazione semplicistica.

Venendo ai rivenditori di pneumatici, mentre un tempo la legge 122/92 aveva cercato seppure in forma incompleta, parziale, sicuramente molto migliorabile, di dare una regolamentazione al settore, oggi tale norma è stata completamente svuotata. L’ultimo colpo lo ha ricevuto dal decreto ”salvaItalia” che ha eliminato il regolamento sulle strumentazioni e attrezzature minimali.

Nel merito nessun rimpianto, tale decreto era quello che prevedeva l’incudine e il martello. Il problema di fondo è che oggi, privi di qualsiasi regola, tutti si stanno mettendo a vendere gomme. Tra un po’ le troveremo anche nei negozi di frutta!

Qualcuno può pensare che almeno da queste liberalizzazioni il consumatore potrà trarre benefici. In realtà non è sempre così. Basta guardare cosa sta accadendo nel settore dell’autotrasporto dove le aziende sono al limite della sopravvivenza, il che crea problemi economici, sociali e di sicurezza al sistema ben maggiori di qualche frazionale risparmio di costo chilometrico.

A volte poi, il portare all’esasperazione certi fenomeni facilita l‘affermazione di grandi monopoli.

L’ultima volta che mi sono recato negli Stati Uniti, il taxista mi spiegava come avesse una vettura che viaggiava 24 ore al giorno, 12 ore guidava lui e 12 ore il fratello. Diceva che con questo ritmo riusciva a malapena a sbarcare il lunario. Il prezzo della corsa era sì conveniente, ma non tanto di più rispetto al normale vantaggio derivante dal favorevole rapporto di cambio.

Andando a fondo della questione mi ha spiegato come in quelle condizioni non potesse permettersi una licenza sua, ma la stessa era di una compagnia che nella regione aveva tremila licenze di taxi. 

Non voglio entrare nel merito delle vicende nostrane dei taxisti o delle altre categorie interessate nel processo di liberalizzazione. Dico solo che non sempre le istanze di chi rappresenta gli interessi delle categorie è il bieco lobbista che difende privilegi. E non sempre gli interessi delle categorie e quelli dei consumatori sono contrastanti.

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