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12/12/2012
L'ULTIMA SFIDA AL FARAONE

PHARAONS RALLY 2012

La classica gara africana festeggia quest’anno il suo trentennale, regalando emozioni e un finale a sorpresa. A discapito della sua età, tra auto, moto e quad, il “Pharaons” richiama sempre un gran numero di appassionati, attirati dalla magia del deserto egiziano

Duilio Damiani

UN VINCITORE C'È SEMPRE. Al Pharaons Rally edizione 2012 il suo nome è Bmw, sia tra le due che le quattro ruote. Proprio così, visto che a tutti gli effetti è il celebre marchio bavarese a celarsi sotto la Mini del campione mediorientale Khalifa Al-Mutaiwei, e anche dietro alla Husqvarna (quantomeno dal punto di vista societario) del pilota spagnolo Joan Barreda, entrambi balzati sul gradino più alto del podio, antistante le piramidi di Giza, nelle rispettive categorie.
Il fascino esercitato da quella che rimane la più classica gara marathon nordafricana oggi esistente (dopo il trasloco della Dakar in Sudamerica), ha attirato anche quest’anno un nutrito manipolo di piloti, con 57 motociclette, 34 autoveicoli, cinque quad e un camion, rappresentanti una ventina di nazioni di tutto il mondo, dal Venezuela alla Nuova Zelanda. Appuntamento nordafricano di rilevanza mondiale indetto da un’organizzazione italiana, la Jvd International di Torino
(www.pharaonsrally.com) che ha rilevato l’evento quindici anni or sono dalla precedente organizzazione francese, ancora una volta ha colpito nel segno, con una preparazione impeccabile di percorsi e assistenze, bivacchi sempre ben curati con una cucina italiana a prova di grand hotel, due elicotteri d’assistenza veloce e uno spiegamento di forze capillare e sempre preciso negli interventi, dal recupero dei mezzi in panne al pronto intervento medico nei casi di lesioni occorse ai partecipanti, fortunatamente quest’anno tutte di lieve entità. È alle porte del Cairo, all’ombra dei faraonici megaliti a due passi dalla caotica megalopoli egiziana, che ogni anno prende il via il lungo serpentone motorizzato, graniticamente osservati da quelle piramidi millenarie che vedranno il ritorno dei corridori solo la settimana successiva, dopo aver compiuto tutti i 2.900 chilometri dell’impegnativo percorso.

Ruote protagoniste
Dalla capitale fin nel profondo sud del paese, lambendo oasi dai nomi evocativi, come Farafra, Baharija, Abu Mingar fino al Dakhla, quasi a ridosso del confine sudanese, durante le sei giornate di gara si sono consumate sfide sul filo dei secondi, nelle quali ancora una volta i pneumatici hanno giocato un ruolo fondamentale. È a loro che viene affidata infatti la motricità sul più ostico terreno di confronto, costituito qui in prevalenza da superfici assai differenti: dalla morbida e impalpabile sabbia sahariana, sulla quale occorre galleggiare alla massima velocità mantenendo una pressione interna alla ruota alquanto ridotta, così da aumentare la superficie d’impronta “spanciando” con la spalla floscia della gomma, alle massacranti pietraie, autentiche divoratrici di battistrada e terrore delle carcasse, squarciate a più riprese dagli aguzzi profili di infide selci e impietosi macigni. Forature affrontate dagli equipaggi delle auto in gara – le ruote delle moto sono provviste della provvidenziale mousse – grazie alla opportuna dotazione di due o più ruote di scorta, così come le trappole costituite dalle insabbiature, dove sotto al sole cocente solo il faticoso lavoro con pale e piastre da sabbia ha avuto ragione delle malaugurate soste forzate. Il teatro ha visto il confronto anche tra due opposte filosofie, con gli irriducibili delle 4x4, che affidano alla trazione totale l’avanzamento del proprio veicolo sui tortuosi tracciati, inseguiti – anzi sovente preceduti – dai fautori dei buggy a due sole ruote motrici, che possono contare su una maggiore leggerezza, accompagnata dalla possibilità, per regolamento riservata solo a loro, di variare istantaneamente la pressione delle due ruote posteriori mediante il sistema gonfia-sgonfia pneumatici pilotato dall’abitacolo. Il confronto è sempre aperto, senza una reale egemonia, come abbiamo assistito durante il duello tra il buggy francese e l’auto tedesca, accoppiando ciascun sistema allo stile di guida preferito dal suo pilota. Senza calcolare il fattore umano che, nei confronti di ogni freddo meccanismo, è quello che inesorabilmente fa sempre la differenza.

Cronache africane
E la gara? Unica e avvincente, come le passate edizioni, ma con risultato a sorpresa. Perché dopo una sfida sul filo dei secondi tra i due leader di classifica, con entrambe le auto contendenti al titolo mondiale del Campionato Fia Cross Country Rallies, una verifica tecnica a metà gara sul buggy a due ruote motrici del plurititolato campione francese Jean Louis Schlesser ha evidenziato un particolare fuori norma, decretandone l’estromissione immediata da competizione e classifica. Senza più un diretto inseguitore, l’arabo Khalifa Al-Mutaiwei ha avuto vita facile, conquistando quindi con la sua Mini motorizzata Bmw sia la vittoria del Pharaons che il titolo assoluto per la stagione 2012. Alle sue spalle, staccati rispettivamente di un’ora e mezza e di quasi due ore, un altro francese motorizzato buggy, Regis Delahaye e il ceco Miroslav Zapletal sulla possente Hummer H3 Evo.
Nutrito il drappello dei piloti italiani, con sei guide presenti in Egitto, primo dei quali è risultato Michele Cinotto, quattordicesimo con il buggy Juke, personaggio ben conosciuto nell’ambiente dei rally, che noleggiando tre Nissan del team Dessoude ha portato anche i suoi due figli, Pietro, ventesimo assoluto, e Carlo, protagonista di una sfortunata circostanza che ha immobilizzato la sua Pathfinder al secondo giorno di gara. Al traguardo di Giza si è vista anche l’italiana Fornasari del Virgin Radio Team, condotta da un equipaggio d’eccezione, con il rock dj Ringo al volante, navigato dall’esperto Maurizio Dominella, artefici di una gara ostacolata da noie alla trasmissione ma pur sempre compiuta fino al suo traguardo finale.
Un’altra guida al tricolore ha conquistato il podio egiziano, con il terzo posto di categoria (22° assoluta) della bionda Camelia Liparoti, la graziosa pilotessa protagonista di numerose Dakar, che, a discapito di un fisico minuto, ha condotto con tenacia il suo Quad Yamaha per tutta la gara, a conferma che con inesauribile caparbietà si possono raggiungere i traguardi più difficili.
Una menzione particolare la meritano i motociclisti, autentici centauri delle dune, sfidanti coraggiosi dei più temibili elementi. A sorpresa lo spagnolo Joan Barreda, sulla Husqvarna TE 449 RR ha strappato la vittoria alla Ktm del polacco Jakub Przygonski, con Jordi Viladoms, del team italiano Bordone-Ferrari, ad amministrare il suo terzo piazzamento che gli vale il secondo posto nel mondiale Cross Country Rallies. Dei 23 manubri italiani presenti al via, solo poco più della metà hanno concluso la prova, con la settima posizione dell’outsider Diocleziano Toia, sulla Beta 450 privata, che ha concluso una gara brillante sempre a ridosso dei primi.
Sembra quindi che, seguendo quella tendenza inaugurata ormai un trentennio addietro, il terreno di confronto offerto dal rally dei Faraoni resti, per piloti e mezzi meccanici – ruote e pneumatici prima di tutti – quell’impareggiabile banco di prova per testare la massima resistenza cui dobbiamo fare affidamento quotidianamente, che sia per compiere gli spostamenti abituali oppure ogni sorta di avventura fuoristrada.

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