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Articoli - Archivio

02/01/2020
Il riciclo dei pneumatici è una questione aperta

Il polverino ultrafine, come quello prodotto da Lehigh Technologies,
consente di riutilizzare gomme esauste in quelle nuove

Economia circolare

 

Il recupero dei pneumatici fuori uso è oggi un’industria molto importante: cosa si può dire del suo futuro, anche alla luce delle importanti questioni ambientali che solleva?

Nicodemo Angì

I pneumatici sono prodotti molto comuni e che conosciamo tutti. La loro ordinarietà è però ingannevole: sono infatti manufatti sofisticati frutto di investimenti imponenti per sviluppo e produzione. Questo impegno prosegue dopo la vita utile delle coperture: il riciclo/riutilizzo è importante per salvaguardare l’ambiente e recuperare e riutilizzare materie prime sempre più preziose.

Le attività di recupero e riciclo sono ormai realtà consolidate ma come evolveranno nel tempo? La domanda è importante e le risposte, come prevedibile, sono articolate.

Negli Usa, per esempio, gli impieghi dei pneumatici esausti stanno cambiando e le previsioni indicano una diversa ripartizione degli impieghi rispetto a quanto accade oggi. Secondo i dati della U.S. Tire manufacturers association (Ustma) il recupero dei pneumatici fuori uso procede con buoni risultati: nel 1991 le gomme esauste in giacenza erano più di 1 miliardo ma nel 2017 esse si erano ridotte a 60 milioni. In parallelo è aumentato il riciclo. Se il Tire drived fuel è lo sbocco più grande, la sua quota diminuisce anche perché il gas naturale è più economico e pulito.

 

Strade di gomma

Gli esperti del settore ritengono che altri impieghi dovrebbero aumentare il loro peso, come quello degli asfalti modificati con aggiunta di polverino di gomma. Non solo. C’è già chi utilizza i pfu anche per l’insonorizzazione, la realizzazione di piste di atletica e di pavimenti speciali come quelli degli allevamenti. In Europa nel 2013 il recupero dei pneumatici aveva raggiunto il 98% rispetto al 75% del 2004, minimizzando quindi le giacenze. I dati Etra (European tyre recycling association) del 2016 ci dicono che l’Europa dei 28 ha usato 117.000 tonnellate di pneumatici fuori uso per l’ingegneria civile e altri impieghi.

 

Utilizzi innovativi

La ripartizione dei vari tipi di trattamento fra il 1995 e il 2014 vede il recupero di energia diminuire dal 53 al 37%, il riutilizzo e la ricostruzione di pneumatici parzialmente usurati è sceso dal 34 al 27% mentre il riciclo è aumentato dal 13 al 35%. Dati più recenti, dell’ottobre 2018, indicano che il 75% dei pneumatici europei fuori uso è destinato al recupero del materiale tramite granulazione. Dato che già un paio d’anni fa il mercato europeo della granulazione appariva saturo, per sviluppare il riciclo dei pneumatici occorrono nuovi impieghi. Fra essi Etrma propone un maggiore utilizzo nel cemento, nell’asfalto, definito “mercato molto promettente” e nelle piste di atletica. Interessanti sono poi gli impieghi negli attenuatori di rumore e vibrazioni e nel riutilizzo delle tele.

 

Il parere di un esperto

Abbiamo interpellato Giovanni Corbetta, direttore generale di Ecopneus, che conosce molto bene i pneumatici vista la sua precedente esperienza in Pirelli. La nostra conversazione non poteva non partire dal recente decreto che regola l’End-of-Life di molti prodotti che possono diventare “materia prima seconda” invece che rifiuto. Si è partiti con pannolini e assorbenti ma ora è la volta dei pneumatici: al termine di un cammino di vari anni, nel quale sono intervenuti il Ministero dell’ambiente, quello della salute, l’Istituto superiore di sanità, l’Ispra e il Cnr, si è messa a punto una normativa ad hoc. Il progetto di legge ha superato anche l’esame degli organismi comunitari e nel giro di poco tempo sarà pubblicato sulla Gazzetta ufficiale.

Quella che è una legge dello Stato darà nuovo impulso agli impieghi dei pneumatici riciclati. Basta pensare al granulato e al polverino di gomma: il loro uso era concesso grazie ad accordi, che ne statuivano il non essere un rifiuto, fra azienda ed Ente locale e aveva quindi una valenza non nazionale.

 

La legge che mancava

La limitazione geografica ha sinora impedito impieghi da parte di Enti nazionali come l’Anas, che non poteva confrontarsi con normative locali non omogenee. L’ente che gestisce le strade ha sempre riconosciuto la bontà tecnica dell’asfalto additivato con polverino di gomma ma non poteva utilizzarlo massicciamente proprio per il ginepraio di norme locali al quale è soggetto. Con la nuova legge l’Anas potrà usare l’asfalto modificato ovunque, cogliendo i vantaggi di resistenza e abbattimento del rumore propri di questa soluzione. Le spese di manutenzione diminuiranno, il comfort acustico aumenterà e la collettività ne avrà vantaggio.

La normativa è molto severa, anche rispetto a quelle degli altri paesi europei, tutela molto l’ambiente e Corbetta si augura che si ponga attenzione alla sua concreta applicazione. La sua complessità imporrà qualche sacrificio a chi la vuole applicare sul serio ma ci sarà chi cercherà di aggirarla ed è per questo che si richiedono controlli attenti.

 

Sperimentazioni promettenti

Giovanni Corbetta ha anche fatto il punto su altri metodi di recupero delle coperture esauste, parlando del processo di decomposizione a caldo in assenza di ossigeno, chiamato “pirolisi”. Il processo permette di ottenere un gas combustibile, una frazione liquida e un residuo solido, con gli ultimi due a oggi non facilmente utilizzabili. Il liquido è un olio pesante adatto ai motori navali ma scarsamente utilizzabile nelle automobili anche per il suo contenuto di zolfo, fuorilegge e corrosivo. Anche l’impiego navale va scemando per motivi ambientali ma la frazione solida appare sempre più promettente: dall’impiego nei filtri si è arrivati a ottenere nerofumo, il prezioso filler in questo caso chiamato rCB, recovered Carbon Black. Il gas viene utilizzato per tenere caldo l’impianto e si sta sperimentando l’idea italiana di somministrare energia tramite microonde: la gomma è un buon isolante e il calore si propaga quindi lentamente ma in questo modo il materiale si riscalda dall’interno uniformemente, cosa che velocizza il processo e lo rende più uniforme.

 

Scenari futuri

Meno positivo si è rivelata la scomposizione delle gomme con il getto d’acqua ad alta pressione (600 bar), promettente ma bloccato da fenomeni quali la rapida perdita di pressione a pochi centimetri dall’ugello. Arrivati al pacco cinture il processo si ferma e si hanno problemi anche con i battistrada molto profondi come quelli delle macchine agricole e movimento terra. La gomma s’inzuppa e occorre asciugarla, rallentando ancora un processo che a oggi tratta pochi pneumatici l’ora contro le 3/4 tonnellate del processo meccanico.

Il processo riesce a devulcanizzare parzialmente la gomma, che può così entrare nella costruzione di nuovi pneumatici, ma per fortuna anche il polverino ultrafine, da 400 a 75 micron, può essere impiegato direttamente in una nuova mescola. La pezzatura piccolissima opera infatti una parziale rottura dei legami-zolfo e questo polverino, prodotto per esempio da Lehigh Technologies, può essere aggiunto fino a circa il 10% del totale nel compound.

Secondo Giovanni Corbetta di qui a cinque anni vedremo un assestamento degli impianti sportivi; dato che i materiali sono resistenti e quindi il rifacimento sarà meno frequente. In espansione sarà l’impiego nelle pavimentazioni stradali, catalizzata dalla legge sull’End of Waste; si può pensare a una graduale diffusione degli asfalti caricati con gomma. C’è chi considera la durata superiore come svantaggiosa per l’industria ma ci sono tante e tali strade da sistemare che si potrà lavorare per decenni. Si prevede un aumento del trattamento di pirolisi per recuperare prezioso Carbon Black così come l’uso del micro-polverino. Più impieghi si troveranno per le gomme esauste e più si riuscirà a recuperare materiale in maniera profittevole, cosa che potrà ridurre il contributo di smaltimento a carico degli automobilisti. Ecopneus, come altri consorzi, non ha scopo di lucro e quindi l’aumento del riciclo andrà a vantaggio degli automobilisti, diminuirà la dipendenza dai paesi produttori e aiuterà la bilancia commerciale.

 

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