Condividi su

Articoli - Archivio

21/08/2019
Il futuro è a guida autonoma

Smart mobility

 

Carlo Ratti: “Così cambierà il volto della città”

Dino Collazzo

Per Carlo Ratti, architetto e ingegnere, cofondatore dello studio di design e innovazione Cra e direttore del Senseable City Lab al Mit di Boston, l’analisi dei big data, l’internet delle cose e l’intelligenza artificiale possono svolgere un ruolo decisivo per migliorare l’ambiente e la vita nelle città, partendo da una nuova idea di mobilità.

Professor Ratti, in che modo le innovazioni tecnologiche miglioreranno la mobilità?

“Big data significa miglior conoscenza della città e dell’ambiente in cui viviamo e questa conoscenza può essere messa a frutto in moltissimi modi. Qualche anno fa al Mit abbiamo notato come oltre 170 milioni di corse di taxi nella città di New York possano essere potenzialmente condivise da persone che si muovono sulle stesse traiettorie urbane. Questi dati, elaborati attraverso modelli matematici, hanno dimostrato l’enorme potenziale della mobilità condivisa che a sua volta ci lascia intravedere nuovi scenari in cui il fabbisogno di automobili nelle nostre città potrebbe diminuire con importanti ricadute in termini di riduzione dell’inquinamento atmosferico. Da questo progetto, chiamato HubCab, è partita una nostra collaborazione con Uber”.

Nel mondo però non esistono solo grandi metropoli ma anche piccole comunità spesso molto distanti l’una dall’altra.

In questo caso che tipo di rete di trasporto si può immaginare?

“Più che tra grandi città e piccoli comuni distinguerei tra aree più e meno dense. Nelle seconde, le automobili manterranno un ruolo importante, almeno a breve termine: ma saranno probabilmente automobili elettriche. Nelle aree più dense non credo che l’automobile sparirà, ma diventerà una tra le varie opzioni di un ampio 'portafoglio' di mobilità. Il mondo dei dati ci permetterà di immaginare una multi-modalità su chiamata con la quale potremo passare da un mezzo all’altro a seconda dei bisogni: automobile, bicicletta, taxi, scooter, bus, treno”.

Come evolverà l’auto?

“Questo nuovo scenario potrebbe andare a impattare sulla forma delle nostre macchine. L’automobile del Novecento aveva 4-5 posti, anche se per la maggior parte dell’anno era usata soltanto da una o due persone in contemporanea. In un futuro basato sul car-sharing e ride-sharing potremo avere veicoli più piccoli oppure più grandi, come dei minivan che fanno da taxi condivisi”.

Un ruolo importante lo svolgerà anche la guida autonoma. Quale sarà l’impatto sulla mobilità?

“Le ricadute più interessanti sono a livello urbano. Il beneficio maggiore non sarà tanto il non dover più tenere le mani sul volante, quanto l’impatto che questi veicoli produrranno sull’infrastruttura stradale. Pensiamo per esempio a un’auto che dopo averci portato al lavoro invece di restare parcheggiata si rimette in strada per dare un passaggio a nostro figlio, al figlio del vicino o a chiunque altro in città. Si andrebbe a creare un sistema ibrido a metà tra trasporto pubblico e privato che permetterebbe teoricamente di ridurre il numero di veicoli in circolazione. Cambiamenti di questo genere potrebbero anche interessare le aree parcheggio. In uno studio sviluppato al Mit a partire dai dati della città di Singapore abbiamo osservato che, in uno scenario con auto autonome, lo spazio destinato ai parcheggi potrebbe diminuire fino al 70%. Immaginiamo come cambierebbe la città se ogni parcheggio non più necessario potesse ospitare un albero o un piccolo giardino”.

Si parla sempre più di “Smart road”.

Nel nostro Paese però la rete stradale è molto vecchia e necessita di manutenzione. In che modo si dovrebbe intervenire?

“È vero che la rete stradale italiana sente spesso il peso del tempo, tuttavia le automobili autonome e le innovazioni come Iot, Ai e i big data potrebbero permetterci di utilizzare meglio le infrastrutture esistenti, evitando di costruirne di nuove. La sensoristica potrebbe permetterci di intervenire in modo più mirato sulla manutenzione. Nel caso di ponti di nuova costruzione è possibile inserire sensori che permettono di raccogliere informazioni sullo stato di salute della struttura. Ma pensiamo ai moltissimi ponti nei quali questo non è possibile: o per ragioni di età, o per ragioni economiche. Ecco allora che diventa fondamentale sviluppare tecniche per una raccolta dati in modi alternativi”.

Ci faccia un esempio

“Nel nostro laboratorio al Mit, in collaborazione con Anas, abbiamo studiato diversi modi in cui i nostri smartphone, con i loro sensori incorporati in grado di “sentire” le vibrazioni dei ponti, possono aiutare a fornire informazioni per migliorare il monitoraggio. Ragionando in ottica di crowdsourcing e condivisione dei dati, credo sia possibile, con costi relativamente modesti, rendere più sicure le nostre infrastrutture”.

torna all'archivio