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In Lab - Archivio

01/07/2014
IL TRONCO ENCEFALICO E LA FORZA PERSONALE

Siamo alla sesta tappa della serie di articoli intitolati “alla volta della attitudini”

Roberto Vaccani - formatore, consulente di organizzazione, comportamento organizzativo e docente senior SDA Bocconi Milano


Figura 1

Le funzioni cerebrali fino a ora considerate e i modelli di pensiero a loro associate, per semplificazione metaforica, illuminano molti aspetti del comportamento umano, ma lasciano ancora nell’ombra le funzioni energetiche dell’individuo, i processi che regolano la forza psicofisica degli umani. Forse la parte più antica del cervello, il tronco encefalico (figura 1), ci può suggerire qualche risposta.


Il tronco encefalico è l’area che vanta più anzianità di servizio, in quanto la sua apparizione viene fatta risalire a circa cinquecento milioni di anni fa. Esso viene anche chiamato cervello rettiliano poiché il suo aspetto assomiglia al massimo dell’evoluzione del cervello di un rettile (Robert Ornstein - Richard F. Thompson, 1988).

Questo cervello arcaico ha comunque il compito di presidiare funzioni fondamentali per l’esistenza. In primo luogo esso governa l’automatismo del battito cardiaco e della respirazione.

In tutto il tronco encefalico si sviluppa un’intricatissima rete nervosa chiamata sistema reticolare attivatore, coinvolto nella regolazione della ciclicità sonno/veglia e protagonista della funzione importante di carica energetica. Il tronco encefalico a guisa di un accumulatore energetico si carica per quantità di stimolazioni plurisensoriali alle quali è esposto il suo proprietario. In altri termini, più gli ambienti sono ricchi di stimoli sensoriali multipli che attivano le nostre vie percettive (visive, uditive, olfattive, gustative, cinestesiche) più il sistema reticolare carica energia. Risulta così che gli esseri umani hanno “fame” di frequenze sonore, di colori, di forme, di odori, di sapori, di contatti fisici, di percezioni intra-fisiche e di movimento corporeo. Più gli ambienti in cui siamo immersi sono ricchi di percezioni multiple e contemporanee più sono energizzanti. Si è scoperto così che gli individui sono biologicamente attratti da ambienti naturali, i più ricchi di stimoli percettivi multipli, non solo per ragioni estetiche o romantiche. Al contrario si è potuto verificare che ambienti poveri di percezioni, monocromatici, insonorizzati, monosituazionali, richiedenti staticità fisica, sono energeticamente e quindi psicologicamente deprimenti.

 


Le organizzazioni lavorative dovrebbero essere grate agli individui che fanno “scorta energetica” trascorrendo i loro fine settimana in ambienti naturali, così da presentarsi al lavoro ricaricati. Allo stesso modo dovrebbero ringraziare i dipendenti che arricchiscono di oggetti personali, di colori, di suoni, di vegetazione, i loro uffici solitamente deprimenti. L’energia così accumulata dal tronco encefalico è pronta a essere distribuita in quantità rapportata al tasso emotivo degli eventi stimato dai soggetti stessi (tasso suggerito dalle gerarchie emotive memorizzate dal sistema limbico degli individui).

Il tronco encefalico si trasforma, così, da accumulatore a distributore energetico che, sotto richiesta limbica, ci garantisce molta energia per amare o per odiare, media energia per gestire stati di resistenza o di motivazione, medio/bassa energia per stare in stato di vigilanza o di curiosità (il funzionamento del sistema reticolare è ben descritto da Donald O. Hebb nel suo libro Mente e pensiero 1982).

 


È quindi nell’intorno metaforico del tronco encefalico che possono sorgere domande del tipo: “Dove nasce l’attitudine più o meno energetica che caratterizza i diversi individui? Da che cosa dipende la più o meno spiccata forza relazionale presente nei leader o la forza psicologica sollecitata dai conflitti negoziali e attivata in misura diversa da individuo a individuo? L’attitudine a essere influenzatori di ambienti e persone, è una dote naturale o un risultato educativo?”

Appare scontato che, al pari di altre dotazioni genetiche evidentemente dissimili (altezza, ritmo cardiaco, capienza polmonare ecc.), anche il potenziale meccanismo energetico possa dipendere anche dalle diverse fortune biologiche ereditate geneticamente dagli individui. La pur accettabile differenziazione naturale non risulta tuttavia tale da giustificare diversità di comportamento energetico enormemente evidenti se compariamo individui diversi. Come accade per molti altri comportamenti, la presenza di alta capacità d’influenzamento ambientale rappresenta il sintomo di una combinazione di cause genetiche ed educative, l’indizio di un intreccio tra precondizioni genetiche e bio-adattamento ambientale. Appare pertanto plausibile, applicando un approccio combinato tra teorie neuroscientifiche e teorie educative, affermare che influenzatori ambientali in parte si nasce, ma che in massima parte si diventa in ragione dei rinforzi energetici presenti nei diversi contesti educativi.

L’acquisizione di questo tratto attitudinale di diversa valenza energetica può essere fatto risalire temporalmente alle esperienze dei primi anni di vita (i primi quindici anni o, per i più ottimisti, i primi diciott’anni), l’età dell’imprinting attitudinale. La caratura energetica degli individui può essere ascritta alle condizioni socio-ambientali educative in grado di premiare o fiaccare la ginnastica energetica dei soggetti, tanto da caratterizzarne l’attitudine di base soggettiva.

Si può sostenere che i contesti socio-ambientali nei quali il protagonismo e l’iniziativa individuale sono più premiati che puniti in età infantile, adolescenziale, postadolescenziale, contribuiscono a creare individui energetici, forti, intraprendenti. Al contrario, i contesti socio-ambientali nei quali il protagonismo individuale non è premiato o addirittura punito, tendono a educare individui ipoenergetici, deboli, gregari.

Appartengono ai primi, i contesti pluri-culturali, pluri-ambientali, dinamici, disordinati, a risorse scarse, con modelli di autorità presenti ma autorevoli. L’incertezza e il disagio, vissuti in un ambiente ricco di opportunità d’azione, sono condizioni che addestrano alla fatica di vivere e tonificano la determinazione e la forza individuale. In tali contesti, implicitamente meritocratici, la fatica, la costanza, la consapevolezza di obiettivi piacevoli da raggiungere costituiscono la triade educativa dell’intraprendenza.

Essere indotti dal contesto culturale ed educativo a faticare (non necessariamente a soffrire) con costanza per raggiungere risultati protagonistici desiderati, attribuisce alle mete raggiunte significati positivi limbicamente indelebili alla nostra esistenza (della serie “provaci ancora Sam”).

Al contrario, contesti ambientali monoculturali, localistici, statici, ordinati, caratterizzati da risorse di pura sussistenza oppure opulenti e regolati da modelli di autorità latitante o pesantemente repressiva, tendono a punire o, perlomeno, a fiaccare il protagonismo individuale. In tali ambienti le persone sono indotte ad associare l’intraprendenza e l’originalità individuale a divieti e punizioni ambientali (contabilizzando così il protagonismo nella memoria limbica negativa) e, per converso, tendono ad attribuire un vissuto limbicamente positivo all’obbedienza in quanto oggettivamente più premiata o, perlomeno, non punita.

Il momento storico, la condizione geografica e quella economica, i mezzi di diffusione culturale (mass media), le politiche educative (familiare, scolare, religiosa, istituzionale) costituiscono importanti agenti educativi che regolano il protagonismo diffusamente concesso o vietato in un certo luogo e in un certo tempo.

In termini esemplificativi si possono analizzare i risultati di depressione energetica diffusa prodotti su popolazioni sottoposte a regimi culturali autoritari. Al contrario si può constatare la propensione all’energia generativa che caratterizza intere società nei momenti di ricostruzione post-bellica o in quelli di dinamica sociale pluralistica, evolutiva e democratica.

Un’educazione ambientale molto protettiva indurrà facilmente comportamenti mediamente energetici e adattivi, frutto di una pedagogia premiante poco stimolante e “affettuosamente anestetizzante”.

 


Una condizione educativa che orienta all’autonomia individuale e alle sfide emulative potrà indurre comportamenti di protagonismo generalizzato.

Un ambiente educativo economicamente opulento, nel quale si può ottenere facilmente e rapidamente ciò che si desidera, penalizza la cultura della conquista individuale e vieta la pedagogia della fatica e della costanza nell’impegno. Tali contesti possono produrre generazioni pretenziose, imbelli, più rivendicative che intraprendenti, alla ricerca di scorciatoie non etiche anziché vie meritocratiche verso il successo.

 

Il concetto di leadership può essere tradotto come la capacità di influenzare persone e ambienti, come la capacità di lasciare il segno della propria presenza. Si può influenzare con l’autorità, con l’autorevolezza, con i valori, con la testimonianza, con la forza fisica, con l’intelligenza, ma ciò che accomuna le figure leaderistiche è l’energia che sanno mettere in campo.

Molte sono le attività organizzative che richiedono forza individuale d’influenzamento: attività imprenditoriali, direzionali, negoziali e commerciali.

 


Nei mestieri che richiedono capacità umane di influenzamento sociale, energia trainante, forza di convinzione, abilità di comando, l’attitudine all’esercizio della forza leaderistica rappresenta un attributo imprescindibile, pena il fallimento nell’esercizio di ruolo (spesso dell’organizzazione). La forza individuale permette di gestire convenientemente relazioni conflittuali, sostenere autorevolmente comunicazioni impopolari, reggere la solitudine di chi esercita ruoli di governo.

I ruoli organizzativi che possono essere ricoperti da individui dotati di bassa forza leaderistica sono quelli che si giocano maggiormente sulla conoscenza tecnica, sull’abilità specialistica, sulle capacità operative. Tali ruoli aziendali sono maggiormente ancorati alle competenze acquisite rispetto a pratiche operative (produzione), procedure (amministrazione, lavoro d’ufficio), conoscenze pratiche/specialistiche (progetto, manutenzione, riparazione, informatici, consulenti, ruoli di staff). In queste attività il possesso di forza d’influenzamento è sullo sfondo nell’esercizio di ruolo.

Il tratto attitudinale della forza individuale, acquisito in età d’imprinting della personalità (dall’infanzia all’adolescenza), come gli altri tratti di personalità, è difficilmente acquisibile, per via formativa o addestrativa, in epoche successive. Un qualsiasi disallineamento tra competenze e mestiere è colmabile con lo strumento formativo, per tutta la vita lavorativa. Un notevole disallineamento di tratti di personalità rispetto al mestiere in età adulta non è colmabile se non col posizionamento o riposizionamento dei soggetti in ruoli più coerenti alle loro attitudini.

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