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Articoli - Archivio

01/03/2016
ICONE GLOBALI

 

 

Non solo simboli

 

Sono simboli noti a tutti che hanno reso famosi nel mondo i nomi e i marchi di alcuni dei più importanti produttori del settore 

 

 

Paolo Ferrini

 

 

 

 

 

Bibendum, l'omino Michelin


 

Il più noto è probabilmente Bibendum, l’omino Michelin, con il quale da oltre un secolo tutti identificano la Casa francese. Come spesso capita in questi casi, le sue origini non sono frutto di studi particolari, bensì del caso o di una serie di combinazioni. Si racconta infatti che, nel 1894, Edouard Michelin vedendo una pila di pneumatici sovrapposti, posta davanti allo stand dell’azienda francese all’Esposizione Universale e Coloniale di Lione, abbia fatto notare al fratello Andrè che “se avesse braccia e gambe, sembrerebbe un pupazzo di neve!”.

Passano tre anni e, quando l’illustratore Marius Rossilon (altrimenti noto con lo pseudonimo di O’Galop) mostra ai fratelli Michelin una serie di bozzetti pubblicitari fra i quali quello di una birreria che rappresenta un avventore che solleva il bicchiere, Andrè Michelin associa immediatamente lo slogan del bozzetto (“Nunc est bibendum”, espressione latina del poeta Orazio che significa letteralmente “è il momento di bere!” o più semplicemente “alla salute!”) al concetto a lui caro del pneumatico che si beve l’ostacolo e completa il messaggio pubblicitario con la scritta “Le pneu Michelin boit l’obstacle” (Il pneumatico Michelin si beve l’ostacolo). Il ricordo della pila di pneumatici fa il resto e un pupazzo fatto di gomme sovrapposte che solleva un calice “A votre santè!” completa l’annuncio pubblicitario. È  nato l’omino Michelin.

Il manifesto è un immediato successo e suggerisce ai fratelli Michelin di fare realizzare in occasione del Salone dell’Automobile di Parigi dell’Aprile 1898 un gigantesco pupazzo di cartone da esporre sullo stand. Questo pupazzo con gli occhialini che fa molto scalpore non ha però ancora un nome ufficiale, ma solo alcuni soprannomi tra cui quello poco edificante di “ubriacone della strada”.

Il processo di associazione marca-immagine-nome si completa – ancora una volta in modo del tutto casuale e assolutamente involontario, come vedremo – qualche mese più tardi, quando, in occasione della Parigi-Amsterdam-Parigi che si corre nel luglio dello stesso anno, il pilota Leon Thery vede arrivare Andrè Michelin al volante di una Panhard-Levassor e lo accoglie con “Toh, ecco Bibendum!” che nelle sue intenzioni non vorrebbe essere precisamente un complimento. Nondimeno, il soprannome piace ai fratelli Michelin che lo adottano subito: l’omino Michelin ha ora un nome.

Da allora Bibendum è stato ovviamente oggetto di numerose modifiche e rivisitazioni – inclusa una cura dimagrante… - aventi lo scopo di adeguarne l’immagine al mutare dei tempi, delle mode, degli stili e dei linguaggi, ma ha conservato lo spirito originale. Figura assolutamente stridente nel panorama pubblicitario dell’allora nascente XX Secolo, l’omino con gli occhiali senza montatura – simili (sarà un caso?) a quelli di Andrè Michelin – che alza un calice pieno di vetri e di spuntoni ha attraversato spavaldo ed inossidabile gli anni e i mercati, fino a diventare il paffuto supereroe che conosciamo oggi, in grado di sconfiggere le temibili pompe di benzina.

Dopo essere stato protagonista del messaggio originale espressamente voluto da André Michelin per convincere gli ingegneri del settore auto dei benefici dei suoi pneumatici, Bibendum svolge un ruolo importante per la società, presentando i nuovi prodotti e dando consigli agli automobilisti, ma diventando soprattutto l’ambasciatore del marchio nel mondo.

Quando, ad esempio, nel 1905, la Michelin apre un ufficio commerciale a Londra, Bibendum viene raffigurato come un “cavaliere” che va con elmo e scudo a conquistare questo nuovo territorio. Nel messaggio pubblicitario viene usata una celebre frase del poeta inglese Tennyson, opportunamente riadattata per promuovere i pneumatici della Casa francese: “My strength is as the strength of ten, because my rubber is pure.” (La mia forza è come la forza di dieci, perché la mia gomma è pura). Due anni dopo quando, nel 1907, la Michelin “attraversa l’Atlantico per aprire una fabbrica a Milltown, nel New Jersey, la pubblicità diventa più educativa. L’omino Michelin viene infatti raffigurato come un gigante che accompagna e dà consigli utili ai viaggiatori, spiegando al tempo stesso i vantaggi dei suoi prodotti.

Dal 1907 al 1915 l’allora distributore italiano pubblica invece una rivista mensile dal tono divertente, ma informativo da inviare ai propri clienti nella quale l’omino Michelin è una sorta di diplomatico idolatrato dalle donne.

Per ritrarre Bibendum la Michelin utilizza fino agli Anni Trenta numerosi artisti, ognuno dei quali porta la propria interpretazione del personaggio. La sua forma è guidata dallo stretto profilo delle gomme dell’epoca, mentre il suo aspetto e atteggiamento generale riflettono il cliente-tipo dell’epoca che fuma il sigaro e porta gli occhiali.

A partire dal 1930 le immagini dell’omino Michelin diventano sempre più “standardizzate”, sia pure con varianti specifiche per i diversi paesi. In Germania, come nei paesi nordici, indossa cappello, stivali e una sciarpa. In Giappone, ha le fattezze di un lottatore di sumo. La sua immagine si adatta inoltre all’evoluzione del pneumatico (gli anelli diventano più spessi) e ad una più ampia fascia di clienti. La natura sportiva del personaggio viene spesso simboleggiata con un posa in movimento. Eletto, nel 2000, “migliore logo mondiale del secolo”, oggi Bibendum si è ormai appropriato delle più innovative tecniche digitali per proporsi sempre più spesso in forma tridimensionale.

 

Il dirigibile Goodyear


 

Si chiama Wingfoot One l’ultimo dirigibile Goodyear. Il suo nome è stato scelto sulla base di un concorso online tra 10 proposte selezionate a loro volta tra le oltre 15.000 precedentemente inviate alla Casa di Akron.

Il progetto di questo dirigibile di ultima generazione (anche se, a voler sentire gli esperti, non è propriamente un dirigibile visto che il corpo principale è semi-rigido) è della Zeppelin Luftschifftechnik. Non deve stupire però il fatto che questo dirigibile in grado di volare a una velocità di 115 km/h (molto più delle precedenti aeromobili della Casa del piede alato che arrivavano al massimo a 80 km/h) sia stato costruito in collaborazione fra Zeppelin e Goodyear.

Dopo aver iniziato, nel 1911, a produrre coperture per aeronavi, nel 1917, la Casa di Akron costruì il suo primo dirigibile. È però nel 1925 che, per promuovere la sua attività in un momento di crisi, costruì e fece volare “The Pilgrim” (“il pellegrino”). In un’epoca in cui l’uomo era ancora saldamente legato alla terra quel dirigibile che solcava silenzioso i cieli con la grande scritta “Goodyear” faceva volare la fantasia della gente. Iniziò così la leggenda di questi autentici ambasciatori volanti del marchio del maggior produttore americano di pneumatici, una serie di oltre 300 dirigibili Goodyear.

Negli anni Trenta, per conto della Marina degli Stati Uniti, la Casa di Akron costruì i dirigibili USS Macon e USS Akron che aprirono la strada a una serie di aeromobili dotate di radar utilizzate per circa un ventennio come mezzi di avvistamento e di protezione delle navi mercantili.

Nel secondo dopoguerra i dirigibili Goodyear sono stati protagonisti di eventi speciali come lunghi viaggi senza rifornimento e senza scalo dal Massachussets all’Europa e all’Africa e ovviamente di moltissimi eventi promozionali e sportivi. Nel 1955 in occasione della prima trasmissione televisiva transcontinentale da un dirigibile, Goodyear fu utilizzato dalla rete americana NBC per trasmettere il torneo Roses Parade, in California. Da allora i velivoli Goodyear hanno fornito spesso un eccellente supporto tecnico agli operatori delle emittenti televisive grazie alla loro specialissima telecamera Gyrocam 360 di cui sono stati dotati alla fine del XX secolo per trasmettere grandi avvenimenti sportivi e manifestazioni culturali dalla loro postazione privilegiata nel cielo.

Alla fine del XX secolo era frequente vedere in occasione di grandi eventi uno dei sei dirigibili Goodyear galleggiare nel cielo degli Stati Uniti, dell’Europa o del Sud America per svolgere servizi per la comunità come la sorveglianza del traffico, l’analisi dell’inquinamento atmosferico, la sicurezza di importanti manifestazioni e altri ancora nei quali sia richiesta una piattaforma volante fissa, silenziosa e priva di vibrazioni.

 

Il ponte Dunlop


Più recente, ma certo non meno famoso, è il cosiddetto ponte Dunlop, un enorme mezzo pneumatico posto a cavallo della pista di famosi circuiti automobilistici. Il primo fu installato nel 1932 a Le Mans (e lì si trova ancora oggi la sua ultima evoluzione).

A quell’epoca, per escludere l’attraversamento di una cittadina vicina, gli organizzatori avevano acquistato un terreno sul quale avevano realizzato un tratto di pista comprendente un’ampia curva a destra in salita, un breve rettilineo in discesa e una esse veloce. All’uscita della prima curva (che diventava così la prima del nuovo tracciato) fu posto il ponte Dunlop, la cui immagine è ancora oggi fortemente legata a quella della 24 Ore francese. Il successo promozionale fu enorme.

In seguito altri “ponti Dunlop” sono stati installati su circuiti come, ad esempio, quelli di Reims, Albi, Oulton Park, Montlhèry, Brands Hatch e Donington. Alcuni sono stati rimossi, ma il ponte Dunlop è diventato un “classico” delle grandi competizioni motoristiche internazionali.

 

Il calendario Pirelli


 

Un altro classico – e indiscutibilmente un’icona della promozione a livello mondiale dell’industria della gomma - è anche il calendario Pirelli. Realizzato senza fini di lucro in tiratura limitata, “The Cal” non è venduto, bensì regalato a un ristretto numero di importanti clienti e Vip. E quindi ancora più ambito come status symbol. Si tratta infatti di un prodotto particolare, caratterizzato peraltro da immagini di fascino, compresi i nudi artistici.

Nato nel 1964 sul Tamigi all’epoca della Swinging London, ma fortemente voluto dalla filiale italiana di Pirelli, “The Cal” assorbì all’epoca lo spirito di un tempo scandito da successi musicali planetari e da grandi mobilitazioni politico-sociali. Dismesse rapidamente le vesti dell’oggetto promozionale, diventò rapidamente un oggetto esclusivo e di culto con una forte vocazione estetica e culturale.

La pubblicazione, interrotta dopo l’edizione 1974 a causa della recessione economica mondiale dovuta alla crisi petrolifera, fu ripresa dieci anni più tardi. A questo punto “The Cal” mirava a diventare un segno dei tempi che cambiavano, sotto la guida del suo primo art director, Derek Forsyth, e quindi di Martyn Walsh che diede un’impronta ben precisa agli scatti. I nuovi calendari Pirelli introdussero infatti tracce subliminali di pneumatici su modelle e negli allestimenti fotografici. Nel 1987 Terence Donovan creò il primo calendario interamente dedicato alle venere di colore e tra le protagoniste spiccava una Naomi Campbell agli esordi, appena sedicenne.

Con il passare degli anni, collaborare alla realizzazione del calendario Pirelli divenne un segno di distinzione per i fotografi incaricati di realizzare gli scatti, così come per le top model, le attrici, le cantanti e personalità internazionali (maschili incluse).

Oggi, a mezzo secolo dalla prima edizione, “The Cal” torna a essere pura espressione artistica senza vincoli né condizionamenti tranne quelli dello stile e del buon gusto. Quando la direzione artistica si trasferì nel quartier generale della Pirelli a Milano, fu abbandonato ogni riferimento o citazione ai pneumatici. La “P lunga” divenne a tutti gli effetti un brand internazionale che non s’identificava con una sola famiglia di prodotti, ma evocava un ampio spettro di valori e di significati, primi fra tutti l’innovazione continua e la ricerca dell’eccellenza.

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