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L'Editoriale - Archivio

05/08/2015
GRECIA E COSTITUZIONE ITALIANA

Nella nostra Legge fondamentale, non è ammesso il referendum per le leggi tributarie e di bilancio, di amnistia e di indulto, di autorizzazione a ratificare trattati internazionali.

 

Renzo Servadei

Della crisi greca ormai sa tutto anche la casalinga di Cuneo, perché le hanno spiegato come in una economia globalizzata, un problema ad Atene influenzi l’andamento dei suoi risparmi, della pensione del marito o della possibilità del figlio di trovare lavoro.

Il tema è sensibile, e in particolare lo è diventato dopo il referendum sull’austerità in Grecia che, come sempre accade, ha diviso politici e commentatori i quali non hanno perso l’occasione per portare acqua alle loro posizioni politiche nazionali con più o meno competenza. Noi non vogliamo aggiungerci al coro di coloro che hanno la ricetta per tutti i mali, ma fare una riflessione su di un documento che una volta si studiava a scuola a educazione civica, mentre oggi purtroppo è sempre più dimenticato.

Stiamo parlando della Costituzione italiana che i nostri padri fondatori, appena usciti da una dittatura, ci hanno consegnato con grande saggezza.

Spesso infatti le cose che non funzionano nell’architettura del nostro paese non sono dovute a mancanze della nostra Legge fondamentale, ma a modifiche successive che ne hanno stravolto il senso. Tipico esempio è il bicameralismo perfetto. Attualmente appare come un’inutile duplicazione il fatto che per essere promulgate le leggi debbano essere approvate nello stesso identico testo nelle due camere. In realtà la Costituzione prevedeva una durata diversa dei due rami del Parlamento. Il Senato durava sei anni e la camera cinque cosicché il cittadino aveva la possibilità di modificare con il proprio voto le maggioranze di una o dell’altra camera in tempi diversi. 

Ma torniamo alla Grecia e al referendum di Tsipras. Anche in Italia è previsto il referendum, all’articolo 75 della Costituzione.

Molto opportunamente tuttavia, il comma due del medesimo articolo dispone:

“Non è ammesso il referendum per le leggi tributarie e di bilancio, di amnistia e di indulto, di autorizzazione a ratificare trattati internazionali”.

I padri fondatori non hanno ammesso i referendum sulle norme tributarie perché evidentemente se un partito chiama il popolo a referendum domandandogli se vuole abolire l’aumento IRPEF, o se vuole o meno l’austerità, o se vuole cancellare il bollo dell’auto, la risposta è scontata. (Così come gli effetti della stessa sulle casse dello Stato).

Sono vietati i referendum sui trattati internazionali perché oltre a essere molto tecnici riguardano da vicino l’ordinato rapporto tra stati basato, almeno in occidente, sull’affidabilità dei partner. In caso contrario i trattati internazionali diventerebbero dichiarazioni di intenti in cui ognuno prende ciò che gli conviene e rifiuta gli obblighi conseguenti chiamando il popolo a referendum. Facile infine comprendere il perché non si possa fare un referendum su amnistia e indulto, la cronaca degli ultimi anni lascia spazio alla fantasia.

In ogni caso non sempre delegare le proprie responsabilità di classe dirigente al popolo è sintomo di maggiore democrazia come ci ha insegnato la vicenda di Ponzio Pilato.

Detto ciò, noi tutti auspichiamo che i greci trovino comunque una soluzione soddisfacente ai loro problemi.

È altrettanto vero tuttavia che a livello politico, indipendentemente dalle opinioni, sarebbe necessario in Italia come in Europa ritrovare quella cultura istituzionale, basata sui principi fondamentali ben noti ai nostri costituzionalisti, che rendeva in passato alcuni leader politici dei veri e propri statisti.

Speriamo solo che l’attesa non debba essere troppo lunga, altrimenti la medicina diventerà sempre più dolorosa, perché, come dice Mario Draghi, attraverseremo terreni inesplorati. E non sempre SuperMario Draghi riuscirà a fare il miracolo.

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