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27/12/2016
GLI USA ALZANO BARRIERE ALLA CINA. E L'EUROPA?

Misure antidumping

 

Mentre gli Stati Uniti (e non solo) continuano a varare misure sempre più stringenti per contrastare il “dumping”, in Europa si cerca di conciliare tutela della produzione e libero scambio. Tra i settori che chiedono un intervento c’è anche l’industria della ricostruzione, che in Europa e in Italia trova lunga tradizione, primato d’eccellenza e numerosi posti di lavoro

Nicoletta Ferrini

Si fanno sempre più alti i muri sollevati dagli USA per complicare l’ingresso dei pneumatici cinesi nel mercato a stelle e strisce. Secondo una recente indagine realizzata dal Dipartimento del Commercio degli Stati Uniti d’America (DOC), alcuni esportatori di pneumatici per autocarri e autobus (Off-The-Road) cinesi starebbero beneficiando di sussidi governativi e vendendo i propri prodotti negli Stati Uniti a un prezzo nettamente inferiore rispetto al loro reale valore di mercato. Di fronte a questa evidenza, gli Stati Uniti corrono dunque ai ripari: il DOC ha annunciato in via preliminare la prossima applicazione di dazi, variabili da 20,87% a 22,57% a seconda del produttore, sulle importazioni di pneumatici per camion e bus prodotti in Cina. Per l’effettiva attuazione di tale provvedimento si arriverà a una decisione definitiva solo il prossimo Gennaio. Tuttavia, è già chiaro che le misure eventualmente introdotte avranno valore anche retroattivo. L’Agenzia delle Dogane Statunitense (US Custom and Border Protection) sarà quindi eventualmente incaricata di imporre le tariffe sui prodotti fino a 90 giorni prima della prossima pubblicazione della determinazione preliminare nel registro federale. Tenendo conto dell’intero iter di registrazione, una data probabile potrebbe quindi essere il 7 Giugno.

Questi nuovi dazi si andrebbero ad aggiungere alla tariffe compensative già raccomandate per questa fascia di prodotti lo scorso mese di Giugno e che erano compresi tra 17,06% e 23,38%. In questo modo, dunque, le importazioni verrebbero gravate di un dazio complessivo che per alcuni esportatori potrebbe arrivare quasi al 40%.

 

USA (e non solo) contro il “dumping” cinese

La questione non riguarda però soltanto i pneumatici. Quest’ultimo è infatti solo un mirato e recente intervento messo in atto dagli Stati Uniti per dare un ulteriore giro di vite e salvaguardare la propria produzione dalla politica espansionistica della “tigre cinese”. Non trovando nel mercato interno un adeguato sbocco per la propria crescente sovraccapacità produttiva, l’industria cinese ha infatti puntato, negli ultimi quindici anni, su massicce esportazioni a prezzi spesso più bassi rispetto a quelli praticati nel mercato interno. Per tentare di arginare questo fiume, molti paesi di destino hanno scelto nel tempo di erigere nei confronti dei produttori cinesi barriere sempre più difficili da oltrepassare, introducendo specifiche misure di contenimento del dumping. Della partita fanno parte non solo gli Stati Uniti, ma anche ad esempio Brasile, India e Indonesia.

 

E l’Europa?

Fedele alla propria tradizionale filosofia di “libero mercato per un libero scambio”, il vecchio continente ha invece finora scelto di non calcare queste stesse orme. In compenso, in Europa non mancano norme e leggi che regolano l’accesso al mercato. In particolare, il comparto dei pneumatici vanta un accurato impianto normativo per la definizione dei requisiti che devono possedere i prodotti distribuiti in territorio europeo. Quello che si vorrebbe quindi arrivare ad avere è uno scambio libero ma giusto, e quindi la garanzia di una competizione leale in un mercato aperto e bilanciato. Come arrivare a questo risultato è, però, diventato terreno di aperto scontro in sede di Commissione UE.

A Bruxelles si sta discutendo da alcuni mesi se concedere o meno alla Cina lo Status di Economia di Mercato (MES), una scelta che vede la forte opposizione dell’establishment industriale. Anche per superare l’empasse decisionale che si è venuta a creare su questo argomento, il governo europeo dei Ventotto ha dunque annunciato per fine anno una nuova metodologia di calcolo dei dazi.

L’urgenza di un intervento si profila insieme a una domanda sottintesa: dal momento che altri paesi alzano muri sempre più difficili da penetrare, il mercato europeo diventerà l’indirizzo unico, ancor più che il preferito, della produzione cinese?

 

Pneumatici: un settore in difficoltà

In un simile scenario a essere in pericolo, sostengono i comparti industriali e tra questi l’industria del pneumatico, è la produzione europea con i suoi milioni di posti di lavoro, ma soprattutto con quei livelli di innovazione, ricerca e sviluppo che negli anni hanno contribuito a creare delle vere e proprie eccellenze di settore. Questo è particolarmente vero quando si parla di pneumatici. In Europa e in Italia questa filiera di lunga tradizione ha generato negli anni un patrimonio imprenditoriale e un “know how” unici.

Già da alcuni anni, ETRMA (European Tyre and Rubber Manufacturers’ Assocation), associazione europea dei produttori di pneumatici e articoli in gomma, ha iniziato a suonare l’allarme: nel suo stesso mercato, la produzione europea legata alla lavorazione della gomma fatica a tenere il passo con quella estera e in particolare con i prodotti provenienti dall’Estremo Oriente. Nel 2015, la pressione delle importazioni ha avuto effetti sensibili in diversi segmenti del comparto pneumatici: dal “passenger” al “truck”, passando per il “farm” fino al complesso segmento dei pneumatici ricostruiti.

 

Dal pneumatico nuovo al ricostruito: un “made in Italy” a rischio

Proprio il ricostruito sembrerebbe aver pagato in questi ultimi anni il prezzo più alto, registrando dei veri e propri crolli verticali nelle vendite. La ricostruzione infatti soffre sempre di più la vicinanza di prezzo dei pneumatici di produzione orientale, anche in quei segmenti, come l’autocarro, in cui è ritenuta tradizionalmente come la soluzione più conveniente. Non solo. Con la diminuzione delle vendite dei pneumatici di prima fascia, la cui carcassa costituisce la “materia prima” per il processo di ricostruzione, il domani appare tutt’altro che sereno. Il futuro del ricostruito s’intreccia, infatti, con quello del pneumatico nuovo con conseguenze che scendono a cascata su tutta la filiera. Le battute di arresto che produttori e ricostruttori stanno assorbendo producono nel tempo un rallentamento in termini di investimenti in ricerca e sviluppo. Questo fenomeno potrebbe compromettere uno degli elementi di forza che da sempre caratterizza la produzione europea e in particolare italiana del pneumatico: l’innovazione.

La corsa al ribasso nel prezzo di vendita del nuovo potrebbe accentuarsi in mancanza di un maggiore controllo del mercato. Questo potrebbe portare alla ridefinizione degli investimenti in termini di progettazione oltre che di evoluzione del prodotto e al progressivo abbandono della ricostruzione. In questo si andrebbe a favorire un comportamento votato al consumo “usa e getta” che, oltre a essere contrario alle diffuse logiche di economia circolare, porterebbe a un vero e proprio spreco di contenuti tecnologici. Ad essere penalizzato dal conseguente depauperamento della filiera in termini di avanguardia tecnologica sarebbe, in ultima analisi, nessun altro se non il consumatore finale.

Infine, è bene ricordare che in Italia e in Europa alla filiera del pneumatico sono legati, in forma diretta e tramite l’indotto, migliaia di lavoratori con elevati livelli di professionalità e centinaia di realtà che rappresentano un vero e proprio patrimonio di conoscenze e imprenditorialità.

 

Dazi o non dazi? Questo è il problema

Che l’introduzione di dazi anche sulle importazioni di pneumatici in Europa possano essere una soluzione non sono in pochi a sostenerlo, anche alla luce delle recenti manovre fatte dal DOC statunitense. Nel comparto delle ruote, non sarebbe per altro un’esperienza del tutto nuova: nel 2010 la Commissione UE ha infatti deciso di adottare un dazio fino al 20,6% sull’importazione di cerchi in lega d’alluminio di produzione cinese. I risultati però non sono stati apprezzabili come si sperava e questo supporta in parte chi sostiene che in Europa non servano più regole o barriere più alte, ma solo maggiore sorveglianza e la volontà di tutelare la qualità della produzione europea e la diversificazione industriale. Quale che sia la scelta migliore, di certo la campana è ormai suonata e anche per l’Europa è arrivato il tempo di fare le proprie mosse. 

 

Definizione: dumping

Esportazione di merci a prezzi molto più bassi di quelli praticati sul mercato interno o su un altro mercato, oppure addirittura sotto costo, da parte di trust già padroni del mercato interno, generalmente condotta con l’appoggio dello Stato, allo scopo d’impadronirsi dei mercati esteri.

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