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Articoli - Archivio

25/10/2012
ESPORTAZIONE, INNOVAZIONE E COLLABORAZIONE

RICERCA

Sono queste le tre parole chiave che hanno permesso alla filiera autoveicolare italiana di smorzare, per ora, le ripercussioni negative che provengono dal mondo della produzione e della vendita di veicoli in Italia

Renzo Dotti

DA UN PO' DI TEMPO a questa parte parlare di crisi dell’auto è davvero troppo facile. I numeri impietosi che mensilmente vengono forniti da Anfia e Unrae consentono all’informazione, tecnica ma non solo, di elaborare le disamine più approfondite, spesso spietate, sul crollo delle vendite di veicoli nel nostro paese e sulle conseguenti riduzioni anche a livello produttivo e, purtroppo, lavorativo.
Resta il fatto che per avere una visione completa su cosa realmente ruota intorno all’articolato mondo degli autoveicoli, è necessario considerare tutte le aziende che stanno alla base della realizzazione di ogni veicolo che viene prodotto, o meglio assemblato, in Italia. È chiaro infatti che negli stabilimenti da cui escono automobili, veicoli commerciali, autobus e camion l’attività svolta è tipicamente quella di assemblatori di componenti provvisti da centinaia di fornitori/componentisti che formano la cosiddetta filiera autoveicolare italiana.
Il termine componentistica, specialmente nel settore dell’automobile, coinvolge le produzioni di tutti i componenti della subfornitura della filiera autoveicolare relativi al motore, alla trasmissione, al sistema frenante e a tutti i particolari meccanici di precisione legati alla filiera e altre lavorazioni.Proprio questa tematica è oggetto da diversi anni di un’indagine approfondita realizzata dalla Camera di commercio di Torino in collaborazione con Anfia e da quest’anno con la Camera di commercio di Chieti che, nella sua ultima versione, è stata presentata lo scorso 10 luglio a Torino.

Dati che fanno riflettere
L’indagine curata da Step Ricerche delinea, a seguito di un ampio lavoro di revisione e aggiornamento del data base dell’Osservatorio, la situazione della filiera italiana nel 2011 e nei primi mesi del 2012, basandosi su 272 questionari e sull’analisi dei bilanci di 2.489 società di capitali. Partendo dagli autoveicoli assemblati, viene evidenziato come, dopo la sostanziale tenuta del 2010, nel 2011 la produzione italiana sia tornata a flettere del 5,7%, per un totale di 790.000 veicoli assemblati. Questa dinamica aggregata nasconde traiettorie opposte dei diversi comparti: mentre si producono sempre meno vetture (-15,3%) e autobus (-22,7%), lo scorso anno hanno segnato una ripresa, almeno sotto l’aspetto produttivo, i settori dei veicoli commerciali (+14,5%) e industriali (+20,1%). Il Piemonte, dove hanno le sedi legali 898 società di capitali che garantiscono un’occupazione totale superiore ai 94.000 addetti, si conferma la regione principe nel settore automotive.
L’incremento dei ricavi del 2011 (+2,3%) ha permesso alle imprese automotive piemontesi di sfiorare un fatturato totale di 19 miliardi di euro, pari al 45,5% dell’aggregato nazionale che ha raggiunto i 41,8 miliardi di euro. Scomponendo il risultato del campione per i sotto-comparti produttivi, si osserva come a soffrire maggiormente del calo della produzione nazionale siano state le imprese che fabbricano moduli o sistemi per auto, che sono tradizionalmente più dipendenti dalla produzione locale. Anche le società che forniscono servizi di ingegneria e design incontrano difficoltà legate al rallentamento della progettazione di nuovi prodotti o all’insourcing della stessa, mentre si registra una situazione meno preoccupante per quei produttori di componenti specifici o subfornitori che negli ultimi anni sono riusciti a vincere la concorrenza diversificando i propri mercati di sbocco.
Occorre sottolineare come la crisi abbia avuto ripercussioni non solo sui ricavi delle aziende, ma anche sull’utilizzo degli impianti e quindi sui livelli occupazionali necessari per lo svolgimento delle attività. Il 51% dell’imprese intervistate a livello nazionale (percentuale che sale al 75% per quelle piemontesi) ha dichiarato che dal 2008 a oggi ha fatto ricorso, con diversa intensità, alla cassa integrazione guadagni ordinaria, straordinaria e in deroga. E le prospettive per la conclusione dell’anno non lasciano molto spazio a inversioni di tendenza.

Per fortuna c’è l’export
Dalle imprese italiane, nonostante tutto, arrivano però anche notizie positive: la maggior parte dei dati descrive una filiera che, seppur messa sotto pressione dal continuo calo della produzione nazionale e anche continentale, riesce a reagire trovando le risorse necessarie per intercettare nuove fonti di ricavi. Sintomatico il fatto che ormai gli esportatori sono più numerosi di coloro che forniscono il gruppo Fiat, e la tendenza è confermata dalla continua crescita della penetrazione dei prodotti italiani all’estero sia in valori assoluti sia relativi. Il 77% delle imprese del campione nazionale è riuscito a esportare, tanto che l’incidenza dei ricavi provenienti da oltre confine sul fatturato totale di filiera è stata del 57%. Questo trend positivo è confermato dai dati Istat, che quantificano il valore delle esportazioni italiane di parti e componenti in 19,1 miliardi di euro. Un livello mai toccato finora, in crescita del 16% rispetto al 2010. Si è evidentemente sviluppata una decisa convenienza, quasi una necessità, per le imprese a fare investimenti per captare le commesse estere, per il semplice fatto che negli ultimi 10 anni la produzione estera è cresciuta quasi sempre in misura maggiore rispetto a quella italiana. Banalmente essere esportatori oggi rappresenta una prerogativa per poter diversificare i propri ricavi, far fronte alle difficoltà interne e alla concorrenza estera.
Tutti i settori che compongono la filiera si sono impegnati in questa direzione: gli specialisti puntando sui contenuti qualitativi e di innovazione dei loro prodotti, i produttori di parti più semplici, che sono riusciti comunque a fare conoscere i propri componenti con significativi progressi in tema di penetrazione commerciale; i fornitori di servizi di E&D portati storicamente a guardare oltre confine. Vi sono infine i fornitori di moduli e sistemi che per motivazioni logistiche e di prodotto hanno sempre privilegiato la produzione destinata a stabilimenti produttivi vicini; anche questi ultimi hanno dovuto modificare le proprie abitudini puntando su componenti che fossero anche esportabili. Facendo infine il punto sulla destinazione delle merci realizzate in Italia, si osserva come i mercati più importanti siano ancora concentrati nell’Europa Occidentale, anche se negli ultimi anni sono cresciuti, e non poco, anche quelli dell’Europa centrale, Nord America, Cina, Brasile, Turchia e Nord Africa.

Qualità, flessibilità, collaborazioni, reti d’impresa e green tech
Dall’analisi dei risultati dell’indagine, risulta che il 73% delle imprese dichiara come maggiore leva competitiva la qualità del proprio prodotto o servizio, mentre un’impresa su cinque punta sulla flessibilità, ossia sulla capacità di rispondere ai picchi produttivi o alle modifiche volute dal cliente. Il livello di coloro che fanno leva sul prezzo (21,3%) è ancora basso, ma in crescita rispetto allo scorso anno quando era stato del 12,6%.
Molto interessante risulta poi la volontà di uscire dai confini societari, collaborando a progetti comuni. I progetti con le altre realtà non coinvolgono solamente la sfera commerciale (portati avanti da quasi il 40% dei rispondenti), ma anche, nella percentuale del 34% delle aziende che hanno risposto, gli investimenti in R&S e quelli produttivi. Per tutto questo è necessario apportare cambi strutturali ai modelli organizzativi, condividere una percentuale significativa di risorse possedute, senza però perdere singole identità e vivacità imprenditoriali.
Numerosi attori sul territorio nazionale hanno compreso ciò, organizzandosi per cogliere i vantaggi del contratto di rete fra imprese. Tale strumento normativo si fonda sull’obiettivo della crescita del grado di competitività dei suoi aderenti, grazie alla leva dell’innovazione e della condivisione di programmi e risorse. Un esempio dato dalla Rete Automotive Italia che a fine 2011 ha siglato un patto fra 56 aziende operanti in Abruzzo, Basilicata e Campania.
Infine merita una citazione l’attivismo delle imprese sulla frontiera delle tecnologie verdi: il 43% ha ultimamente promosso progetti e investimenti in questo settore, in particolar modo nelle nuove motorizzazioni ibride o elettriche, nell’ideare e commercializzare componenti più efficienti o materiali alternativi. Nuove tecnologie o modelli di auto da qui a dieci anni potrebbero modificare i sistemi propulsivi con tutte le mutazioni che questo comporterebbe nella progettazione delle vetture e di alcuni sistemi (trazione, raffreddamento, propulsione, stoccaggio, ecc). Farsi trovare impreparati renderebbe impossibile una rincorsa che vale la sopravvivenza stessa dell’azienda.

 

• Crisi nera senza Fiat

485.000 vetture prodotte nel 2011, previsioni sotto le 400.000 per il 2012. E anche per il settore dei veicoli commerciali e industriali, dopo i discreti risultati dello scorso anno, attesi cali significativi. Sono questi i numeri che fanno riflettere, soprattutto se confrontati ai quasi 2.000.000 di veicoli assemblati in Francia e ai 5.800.000 della Germania. Nonostante in questi ultimi anni la dipendenza della filiera autoveicolare italiana da Fiat si sia ridimensionata progressivamente proprio in seguito alla flessione della produzione nazionale, tanto che oggi in Italia un’impresa su tre non ha più rapporti commerciali con il gruppo torinese, l’impatto della casa del Lingotto è ancora decisivo per la sorte dell’industria componentistica italiana. La ventilata chiusura di uno stabilimento nel nostro paese comporterebbe conseguenze disastrose e ci sono già diverse aziende che stanno tagliando gli investimenti in Italia a causa della poca convenienza garantita da questi volumi.
Il concetto è ben riassunto dal pensiero del presidente del gruppo componenti di Anfia, Mauro Ferrari, secondo cui “non è realistico pensare che in assenza di un costruttore importante possa esistere nel nostro paese una componentistica importante.” Sembra quasi il refrain di una vecchia pubblicità di un noto marchio di pennelli, ma è la dura realtà con cui ci potremmo confrontare fra non molto tempo.

 

• Deficit fra cessazioni e nuove imprese

Negli ultimi tre anni l’Osservatorio ha registrato la cessazione dell’attività di 299 imprese che, ancora nel 2007, avevano un fatturato pari a due miliardi di euro, a fronte di sole 49 nuove aperture di attività. Un primo dato significativo si ricava dalla assoluta mancanza di una correlazione fra i mestieri o le specializzazioni produttive e l’appartenenza a questo gruppo, segno che non ci sono mestieri che sono risultati più penalizzanti di altri. Le ragioni della chiusura sono quindi da ricercarsi prevalentemente nell’impossibilità di gestire al meglio le leve competitive (diversificazione produttiva e dei mercati di sbocco, innovazione e collaborazioni) ma anche nella mancanza di una strutturazione organizzativa significativa, se è vero che le cessazioni di società a responsabilità limitata sono state in numero nettamente maggiore in valori relativi a quelle delle società di capitali.
Passando al fronte delle nuove imprese, significativo è il fatto che siano in prevalenza organizzate come società a responsabilità limitata (solo il 4% è una spa), una su quattro ha sede in Piemonte e più della metà di esse (il 55%) partecipa alla filiera automotive, ma è specializzata nella lavorazione dei metalli, nella fabbricazione di macchinari, nel comparto chimico-plastico, nella fabbricazione di apparecchiature elettriche, nell’elettronica e nella fornitura di servizi ingegneristici. Insomma una diversificazione che sa tanto di paracadute contro i chiari di luna del settore.

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