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L'Editoriale - Archivio

23/06/2016
ECONOMIA CIRCOLARE

Renzo Servadei

“L’utilizzo più efficiente e più produttivo di minori quantità di risorse ambientali in un’economia circolare sta definendo i criteri del paradigma economico emergente”. Così Jeremy Rifkin, uno dei massimi esperti sull’impatto che i cambiamenti scientifici e tecnologici hanno su economia, lavoro, società e ambiente, tratteggia un’economia del futuro più rispettosa dell’ambiente  e attenta all’uso ottimale delle materie prime.

Questa frase sottende un’economia futura basata su comportamenti virtuosi, ma come spesso accade, nel settore del pneumatico già dagli anni 20 del secolo scorso l’economia circolare è una realtà tecnologica ampiamente praticata.

Il pneumatico infatti nasce per essere ricostruito e quindi per essere utilizzato per più vite, al termine delle quali può essere ulteriormente riciclato. È quindi un esempio per potere dimostrare che un utilizzo ottimale delle risorse attraverso operazioni tecnologicamente avanzate e un utilizzo di manodopera di prossimità può e deve essere realizzato.

Purtroppo, anche nel mondo del pneumatico negli ultimi anni si è venuta affermando una cultura dell’usa e getta che ha messo in difficoltà un intero comparto produttivo. Ecco perché AIRP (Associazione Italiana Ricostruttori Pneuamatici) ha posto all’attenzione del legislatore le benemerenze economiche ed ecologiche del settore auspicando quell’attenzione che può fare la differenza tra avere effettivamente un’economia circolare e parlarne solo.

Allo stesso modo sono stati chiesti ulteriori controlli che premino i ricostruttori omologati che propongono prodotti di qualità. È questo infatti il presupposto per creare quella situazione che gli anglosassoni chiamano win win situation nella quale un po’ tutti ci guadagnano. La ricostruzione va infatti a vantaggio dei produttori di qualità che realizzano pneumatici ricostruibili che vedono premiata la tecnologia del loro prodotto. Ci guadagnano i rivenditori che possono proporre la ricostruzione come servizio alle flotte, ci guadagnano naturalmente i ricostruttori con tutto l’indotto dei macchinari e dei materiali, naturalmente ci guadagnano le flotte e l’ambiente. Ultimo a guadagnarci ma non per importanza è l’occupazione, e conseguentemente la fiscalità generale.

Sarebbe quindi un delitto, mentre il futuro va verso un’economia circolare, che il pneumatico, uno degli antesignani di questo modello, perdesse il proprio fiore all’occhiello.

Se non esistesse la ricostruzione, non esisterebbero i pneumatici ricostruibili e quindi tutto il settore si impoverirebbe, anche da un punto di vista tecnologico con le conseguenze per l’intera filiera facili da immaginare. In Italia abbiamo una quota di ricostruito moto più bassa che nei principali paesi europei, per non parlare degli Stati Uniti, ed è quindi ora di riconquistare, anche in questo settore, il posto che in passato l’Italia occupava nel mondo.

 

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