Condividi su

In Lab - Archivio

03/03/2014
DUE TRATTI DI PERSONALITÀ

Proseguiamo qui con la quinta tappa del percorso “alla volta delle attitudini”



Roberto Vaccani

 

Nel precedente articolo sono state prese in esame due dimensioni di personalità, l’attitudine denominata espressività emotiva e l’attitudine relazionale “verticale” – “orizzontale”. Questi tratti di personalità possono essere riferiti alla categoria delle intelligenze emotive, che si richiamano all’area cerebrale del sistema limbico. In questo numero tratteremo due tratti di personalità, uno denominabile pensiero vincolo/opportunità, ancorato anch’esso ai paradigmi emotivi del sistema limbico, e l’altro definibile come misura/eleganza non verbale, ascrivibile all’area cerebrale del cervelletto.

 


Attitudine al pensiero vincolo/opportunità


Questa prospettiva di analisi tende a mettere in evidenza due grandi categorie di selezione dei dati del reale che possono, come altre, convivere equilibratamente o essere sproporzionatamente diseguali nel modo di leggere e rappresentare il mondo da parte degli individui. Queste due prospettive attitudinali possono essere connotate con i termini di “pensiero vincolo” e “pensiero opportunità”.


Pensiero vincolo – rappresenta una prospettiva di percezione soggettiva della realtà che tende a esaltare gli elementi mancanti, i punti critici, gli eventuali errori in grado di minare la fattibilità oggettuale e la praticabilità concreta di atti e situazioni (tale prospettiva percettiva tende a esaltare il proverbiale “bicchiere mezzo vuoto”). Il pensiero vincolo è quello che ci aiuta ad analizzare “con i piedi per terra” le condizioni concrete di attuabilità di qualsiasi progetto o azione. È l’attitudine di pensiero che dà forza ai ruoli di costruzione tecnologica, agli industrializzatori di prodotto, agli studiosi di dimensionamento strutturale in ingegneria o in architettura, ai programmatori di fattibilità operativa, a tutti coloro che devono tradurre in attuazione concreta attività lavorative.


Rappresenta anche la tipologia di pensiero più sollecitata in chi esercita funzioni di controllo (controllo amministrativo, controllo qualità, controllo di gestione, controllo normativo, funzioni di certificazione, funzioni di vigilanza ecc.). Se l’attitudine al pensiero vincolo risulta molto spiccata nei soggetti ed è associata ad alta energia d’influenzamento può prendere le sembianze di pensiero negativo e sposarsi con ruoli rivendicativi, contestativi, polemisti; se il tratto di pensiero vincolo risulta associato a media forza d’influenzamento può risultare in coerenza con attività di critica giornalistica o di critica culturale. Alto pensiero negativo associato a bassa forza può produrre negli individui una lettura e un comportamento depresso e lamentoso da “calamitatori di infelicità”.



Pensiero opportunità – connota una prospettiva percettiva della realtà tendente a esaltare gli aspetti positivi e sfidanti di ambienti e situazioni e, nel contempo, a porre sullo sfondo gli aspetti di vincolo. Il pensiero opportunità spinge l’attenzione sulle possibilità di sviluppo non ancora sperimentate, sull’innovazione, privilegia la lettura del “bicchiere mezzo pieno”. Questa attitudine si associa coerentemente ad attività lavorative ideative, di sviluppo prodotti, sviluppo tecnologico, sviluppo economico, sviluppo organizzativo, sviluppo di mercato ecc. Se l’attitudine al pensiero opportunità risulta molto spiccata si può connotare come pensiero positivo. Alta presenza di pensiero positivo unita ad alta forza individuale richiama, coerentemente, ruoli imprenditoriali (di prima generazione) e ruoli creativi culturali e scientifici. Tutte le attività ideative in genere presuppongono in chi le esercita una buona presenza di pensiero opportunità. Un’eccessiva presenza di pensiero positivo può originare comportamenti di smodata euforia e atteggiamenti velleitari.


Una buona compresenza di pensiero vincolo e di pensiero opportunità permette agli individui un approccio plastico, né pregiudizialmente positivo né pregiudizialmente negativo, in grado di adottare strategie coerenti con le mutevoli condizioni di contesto. Un manager di successo sa utilizzare prevalentemente il pensiero opportunità in condizioni favorevoli di mercato, così come sa attivare prevalentemente il pensiero vincolo nei momenti di contesto organizzativo sfavorevole. In ugual misura un politico di valore sa usare prevalentemente il pensiero vincolo quando si trova all’opposizione e il pensiero opportunità quando si trova in maggioranza.



Il cervelletto


All’altezza della nuca, sotto il sistema limbico e in stretti rapporti con il tronco encefalico si trova il cervelletto.


Il cervelletto nel processo filogenetico (evolutivo della specie) si sviluppò inizialmente come struttura motoria di controllo posturale e successivamente assunse capacità di apprendimento motorio molto articolate.


Il cervelletto, con la preziosa collaborazione del cervello corticale pronto a guidare l’incedere spazio/temporale corretto degli individui, apprende e memorizza i copioni dei nostri movimenti ambientali. Esso rappresenta un meraviglioso discepolo e insieme maestro di movimento; è in grado di memorizzare  innumerevoli abilità, da operazioni semplici come quella di accendere o spegnere una lampada elettrica o quella di avvitare e svitare un tappo a vite, fino a gestualità estremamente complesse e coordinate come quelle richieste dalla danza acrobatica, dalla pratica agonistica di qualsiasi sport, dalla maestria di coordinamento richiesta dalla pratica di qualsiasi strumento musicale, o come la manualità stupefacente in possesso di un pianista.


Il cervelletto si pone così come una memoria economica in grado di riproporci, anche dopo anni di non uso, gli automatismi di base di una danza o di una qualsiasi attività fisica complessa appresa.Per questa ragione si suole dire che abilità corporee come il nuoto, il tennis, il pedalare in equilibrio su una bicicletta, una volta apprese, non si disimparano più (è il cervelletto che non le disimpara più); ma si potrebbe dire altrettanto di qualsiasi intelligenza corporea appresa, più o meno complessa. Impieghiamo parecchio tempo, durante i nostri primi mesi di vita, per apprendere l’equilibrio dinamico della deambulazione bipede ma, una volta appresa, percorriamo migliaia di chilometri di mondo senza prestare molta attenzione al nostro camminare.


È comunque utile ribadire che il movimento non è da considerarsi in modo semplicistico come un’acquisizione tecnica, ma come una parte integrante del comportamento complessivo di una persona. Le nostre movenze personali e abituali, e con esse il cervelletto che le coordina, non rappresentano un semplice insieme di contrazioni neuromuscolari finalizzate ad attività funzionali, presiedute da una specifica e separata sede cerebrale. La concertazione di tutti i movimenti espressivi del nostro corpo (postura, espressioni facciali, movimenti degli arti, uso della voce, eccetera) costituiscono il linguaggio non verbale, il terminale video dei nostri stati permanenti dell’animo. Il linguaggio canonizzato del corpo costituisce un formidabile sistema influenzante il processo di comunicazione e il comportamento umano nel suo insieme. 



Attitudine alla misura ed eleganza non verbale


Questa attitudine prende in esame il livello di coerenza e di coordinamento dei segnali di comunicazione non verbale (postura corporea, uso della musicalità, delle frequenze e della ritmica della voce, articolazione convenzionale delle mani e delle braccia, espressività facciale ecc.).


La goffaggine, la volgarità o l’eleganza rappresentano messaggi globali di comportamento psicomotorio la cui fisionomia e misura situazionale sono, per larga parte, presidiate dal cervelletto. Dal linguaggio spontaneo del corpo sfugge il lapsus del nostro reale pensiero, per questa ragione viene attribuita più veridicità al linguaggio del corpo che al linguaggio della parola. La nostra comunicazione verbale si inserisce nella coreografia della comunicazione non verbale. Una comunicazione verbale adeguata può essere squalificata, per effetto scenografico negativo, se inserita in una comunicazione non verbale poco seduttiva o sgradevole. Al contrario, un contenuto verbale banale può essere percepito di rango superiore se inserito in un processo non verbale seduttivo (alone scenografico positivo).


Si pensi, ad esempio, alle molteplici evocazioni emotive legate alle diverse modalità di stringere la mano, alle diverse valenze emotive che ci sollecitano le persone che invadono fisicamente il nostro implicito spazio intimo o che si tengono a eccessiva distanza cautelativa o, ancora, ai gradi diversi di seduttività riscossi da chi ci guarda frontalmente negli occhi o da chi sfugge il nostro sguardo.L’eleganza non verbale rappresenta certo un’attitudine centrale per tutti coloro che rivestono ruoli organizzativi a forte contributo di relazione sociale seduttiva  (attività commerciali, manageriali, di servizio, di animazione, d’immagine, di assistenza, di consulenza, di persuasione d’insegnamento) la piacevolezza e l’eleganza non verbale rappresentano una dote centrale di successo. L’eleganza e il coordinamento non verbale influenzano positivamente la percezione di affidabilità, di ascoltabilità e di piacevolezza attribuita agli individui al di là della consapevolezza razionale.


Viste le regole di apprendimento e di funzionamento del cervelletto possiamo dedurne che l’arte dell’eleganza non verbale si edifica e si sviluppa tanto più se gli individui si mantengono implicati in attività psicomotorie che richiedono misura. Praticare attività manuali e artigianali di precisione, arti marziali, musicali e pittoriche, esercitare la danza, il canto, la recitazione, praticare attività sportive che richiedono ascolto corporeo, misura e gesto elegante, sono tutti processi che si presentano come palestre di apprendimento, mantenimento e di sviluppo della misura ed eleganza corporea.

torna all'archivio