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27/04/2012
DOVE ERAVAMO RIMASTI?

MERCATO AUTO

Un inizio anno estremamente difficile per il mercato italiano dell’auto con la prospettiva di non riuscire neppure a eguagliare i numeri già negativi segnati nel 2011.

E nel resto d’Europa le cose non vanno affatto meglio

Renzo Dotti

RICORDATE IL 2010? È stato l’anno in cui la crisi è scoppiata in tutta la sua virulenza nel nostro paese, il momento più duro ma anche quello che, secondo la maggior parte degli economisti, avrebbe dovuto rappresentare l’apogeo della recessione. Poi le cose, con il trascorrere dei mesi, sarebbero andate meglio. Rammentiamo bene come è andata.

Successivamente i più avveduti analisti economici, per non sbilanciarsi troppo, avevano indicato il secondo semestre del 2011 come il momento della svolta. Una lenta ma inesorabile ripresa avrebbe toccato tutti i principali settori dell’economia, da quelli più tradizionali a quelli più innovativi, già di per sé solo sfiorati dalle difficoltà economiche. 

Ma anche in questo caso sappiamo come sono andate le cose e ce ne stiamo accorgendo anche ora, dopo aver “assaggiato” i primi mesi del 2012.

Ora nessuno azzarda più previsioni su come andrà a finire, perché è ormai chiaro a tutti che quello che stiamo vivendo si sta rivelando sempre più come un vero e proprio passaggio epocale con prospettive di crescita economica garantite solo per quelle nazioni che, partendo da una posizione di oggettiva arretratezza, ma dotate di enormi risorse naturali e demografiche, hanno dalla loro tutti i presupposti che mancano al mondo occidentale.

 

La lunga discesa dell’auto

Tutto questo non può non avere conseguenze anche per il mercato dell’auto, un settore strategico in molte nazioni, considerato spesso la cartina di tornasole per capire che aria tira.

Una brutta aria a quanto sembra.

Il grande malato visto sotto l’ottica nazionale, non se la passa affatto bene neppure a livello europeo. E i dati che più avanti andremo a illustrare non sembrano lasciare dubbi su cosa ci attenderà per il 2012 nel nostro continente. 

Partiamo dall’Italia. Dopo avere chiuso il 2011 con una diminuzione dell’11% delle immatricolazioni rispetto al 2010, e addirittura un sintomatico -17,4%  se considerate solo le vendite ai privati, il mercato nazionale dell’automobile non ha fatto che confermare il trend negativo anche nei primi due mesi del nuovo anno. 

Gennaio ha chiuso totalizzando appena 137.119 immatricolazioni che, confrontate con le 165.073 dello stesso mese dello scorso anno – già di per sé su volumi molto bassi – implicano una contrazione del 16,9%.

Febbraio, se possibile, ha totalizzato un risultato ancor più negativo, con un ribasso del 18,9% rispetto a febbraio 2011 e volumi che hanno di poco superato le 130.600 unità.

Nei primi due mesi del 2012, quindi, le immatricolazioni complessive ammontano a circa 268.000 unità, con un calo del 17,8% rispetto allo stesso periodo del 2011, quando erano state registrate oltre 326.000 auto nuove.

Numeri che fanno riflettere e che suggerisco di non azzardare, almeno per ora, proiezioni sull’intero anno che farebbero scoprire come, a livello di volumi di vendita, siamo tornati indietro di almeno 30 anni.

 

L’Europa segna il passo

Non è solo l’Italia a non vendere più automobili. Anche nel resto del continente le immatricolazioni hanno subito considerevoli cali sia a gennaio (-6,6%) sia a febbraio (-9,2%). Nell’area Ue27+Efta nel primo bimestre 2012 le immatricolazioni complessive ammontano a 1.927.113 unità, in flessione del 7,8% sullo stesso periodo dello scorso anno nonostante che nella maggior parte dei paesi si sia lavorato un giorno in più in entrambi i primi mesi dell’anno.

Dai dati diffusi dall’Acea, emerge che in febbraio la tendenza negativa ha coinvolto tutti i cinque grandi mercati (Germania, Francia, Italia, Regno Unito e Spagna) e la maggioranza di quelli minori. In particolare, complessivamente, le immatricolazioni dei cinque maggiori paesi hanno fatto registrare un calo del 10,4%, mentre nell’insieme di tutte le altre nazioni si registra un calo del 7,6%. Colpisce in particolare fra i grandi mercati il fatto che anche la locomotiva tedesca, che aveva sostenuto le vendite complessive dell’area Ue27+Efta nel 2011, si è arrestata facendo registrare una crescita zero nel 1° bimestre 2012. In forte calo invece la Francia (-20,2%) mentre piccole contrazioni sui livelli però molto depressi del 2011 fanno registrare Regno Unito (-2,5%) e Spagna (-2,1%). 

Questo andamento potrebbe apparire in netto contrasto con l’immagine fortemente positiva che l’industria automobilistica ha trasmesso al recente Salone di Ginevra presentando molte novità, e anche con il fatto che la maggior parte delle case tedesche ha annunciato il riconoscimento di rilevanti premi di produzione a tutti i suoi dipendenti in Germania per gli ottimi risultati raggiunti nel 2011. 

Indicazioni positive insomma, a cui purtroppo fanno da contraltare i troppi sintomi sfavorevoli.


I tanti segnali negativi

Ritornando al mercato nazionale è doveroso evidenziare, per non cadere in un’analisi troppo semplicistica che giustifichi tutto con il totem della crisi, come siano molti i fattori critici che concretamente suggeriscono agli italiani di pensarci bene prima di cambiare macchina, incidendo negativamente sulle possibilità di recupero della domanda.

Secondo le stime preliminari fornite dall’Istat, a febbraio l’indice nazionale dei prezzi al consumo ha registrato un aumento dello 0,4% rispetto al mese precedente e del 3,3% rispetto a febbraio 2011. Crescono, in particolare, i prezzi dei beni energetici non regolamentati (+1,7% a livello congiunturale e +17% a livello tendenziale), con rialzi che riguardano tutti i carburanti: la benzina a +2,1% rispetto a gennaio 2012 e a +18,7% rispetto a febbraio 2011 e il gasolio rispettivamente a +1,3% e +25,4%. Fattori che incidono moltissimo sull’uso dell’auto che rischia di diventare un costo sempre più difficilmente sostenibile.

Sempre secondo l’Istat, inoltre, a febbraio si registra una crescita dell’indice del clima di fiducia dei consumatori (da 91,8 a 94,2), ma, per quanto riguarda i beni durevoli, peggiorano sia i giudizi sulla convenienza all’acquisto immediato (con un saldo che passa da -88 a -100), sia le intenzioni di acquisto futuro per il breve termine (da -68 a -75).

È chiaro che anche l’andamento del mercato del lavoro ha un peso rilevante sulle prospettive del reddito delle famiglie e quindi della spesa per i consumi, specialmente quando si tratta di beni durevoli come l’automobile.

L’auto nuova piace ancora a molti, ma l’atmosfera generale che si percepisce induce buona parte della possibile clientela a girare alla larga dai concessionari, o quantomeno a non finalizzare l’acquisto, limitandosi a sognarlo e a rimandarlo a tempi migliori.

 

• Mondo: l’importanza dei paesi emergenti

La situazione del mercato automobilistico mondiale è tutt’altro che negativa, ma deve essere letta attraverso una lente che individui chi sono realmente gli attori protagonisti del settore.

Infatti senza i paesi emergenti (Cina, India, Brasile e Russia in particolare), l’industria delle quattro ruote sarebbe al collasso, o quasi. In Russia le immatricolazioni sono cresciute addirittura del 39%. In Cina “solo” del 5,2%, ma dopo una corsa che ha portato negli ultimi quattro anni a raddoppiare le vendite. L’India e il Brasile hanno consolidato gli eccellenti risultati del 2010. 

Già detto delle difficoltà dell’Europa, solo gli Stati Uniti hanno avuto immatricolazioni di autovetture aumentate dell’8,9%, mentre in Giappone vi è stato un calo consistente dovuto soprattutto al disastro nucleare di un anno fa.

È impressionante infine notare come in dieci anni il mercato mondiale dell’auto ha cambiato completamente volto. Se all’inizio del millennio l’83% delle vendite avveniva nei paesi più industrializzati, è bastato un decennio per ridurre questo dato al 55%. E nei prossimi anni tale percentuale si ridurrà ancora di molto.


• I rischi di un mercato troppo frammentato

Nel 2011 sono stati spesi in Italia quasi 31 miliardi di euro per comprare 1.750.000 auto nuove. Una cifra notevolmente inferiore ai 33,4 miliardi del 2010. Se il mercato si stabilizzerà su queste cifre, e si tratta di un’ipotesi ottimistica, la conseguenza immediata sarà quella di ritrovarsi dieci miliardi sotto il giro d’affari per il quale il sistema è strutturato. Ipotizzando un 5% di margine sul venduto, si arriva a 500 milioni di minore copertura dei costi delle concessionarie, ossia 137.000 euro per ognuno dei 3.700 mandati oggi operanti in Italia. Da tutto questo deriva che la stima formulata da Unrae di circa 10.000 persone che rischiano di perdere il lavoro è verosimile. Sicuramente la vendita di automobili contiene delle sacche di inefficienza da recuperare, prime fra tutte l’elevata frammentazione delle strutture. Un’idea potrebbe essere quella di consorziare i concessionari di ogni provincia nell’acquisto e nella gestione di uno spazio comune, creando così una sorta di cittadella dell’auto, pur mantenendo separati ovviamente i brand di riferimento. Ma siamo il paese dei mille campanili… 



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