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05/09/2013
CONSEGUENZE INESORABILMENTE PREVEDIBILI

MERCATO AUTO

Mentre il primo semestre del mercato nazionale fa segnare l’ennesimo record negativo, viene alla ribalta la grave situazione dei concessionari destinati a essere decimati da una crisi che sembra non aver ancora toccato il fondo

Renzo Dotti

PAOLO È UN MIO AMICO d’infanzia, grande appassionato di auto, con uno spiccato spirito filo-tedesco che ribalta anche nelle scelte delle vetture. Sono un paio di mesi ormai che ha ordinato la sua nuova Golf, l’attesa è grande, ma ancor più grande e amara è la sorpresa nello scoprire che il concessionario presso cui aveva acquistato l’ultimo modello della casa di Wolsburg ha chiuso improvvisamente prima di consegnargli la sua nuova e tanto agognata auto. Si è trattato di un evento inaspettato che ha coinvolto i rivenditori Volkswagen di quasi tutti i principali centri della provincia di Alessandria, appartenenti a un unico gruppo molto conosciuto in zona. Paolo è stato rassicurato circa le sorti della sua auto dall’importatore nazionale, e con lui, immagino, le decine di clienti coinvolti in questa vicenda dai contorni ancora non ben definiti. Resta il fatto che la cessazione di questa attività commerciale rappresenta solo l’ultima della chiusure che hanno visto coinvolti moltissimi dealer di diverse case su tutto il territorio nazionale.

 

Numeri impietosi

Secondo i dati diffusi dalla società automotive di ricerca e formazione Quintegia, in occasione della conferenza di presentazione dell’undicesima edizione dell’Automotive Dealer Day che si è svolto lo scorso maggio a Verona, nel corso del 2012 i concessionari che hanno chiuso i battenti sono stati il 7% del totale e sono invece il 41,7% le ragioni sociali perse dal 2002 (quando erano 3.450) ai primi mesi del 2013 (ridotte a 2.011). Tali numeri, già di per sé impressionanti, diventano impietosi se verranno confermate le prospettive che prevedono nel 2017 una flessione dei punti vendita fino a 4.300 contro i 6.130 che erano attivi nel 2002 e una decrescita delle vendite medie per mandato (anch’esse in caduta libera, dai 4.330 di 10 anni fa agli attuali 3.300), che ha visto negli ultimi cinque anni ogni dealer registrare un crollo delle consegne del 40%, passando da 1.050 a 630 vetture.

 

Un mondo che sta invecchiando

La dura realtà che stanno vivendo i concessionari è ulteriormente confermata dai dati pubblicati dal Ministero delle infrastrutture e dei trasporti relativi al mercato italiano dell’auto che nel primo semestre dell’anno ha visto i volumi complessivi di auto immatricolate ammontare a 731.203 unità, con una contrazione del 10,3% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno (815.213 unità). La piccola attenuazione del calo del mese di giugno, che ha totalizzato 122.008 immatricolazioni, il 5,5% in meno rispetto allo stesso mese del 2012 che aveva chiuso a 129.118 unità, non deve trarre in inganno. La discesa, pur avendo superato i record negativi di oltre 35 anni fa, non è affatto terminata e il prolungato stallo della domanda non fa altro che alimentare l’invecchiamento del parco circolante italiano. Dal 2000 al 2012 infatti la quota delle autovetture con più di 10 anni è passata dal 38% al 44%, mentre il 54% del parco autovetture appartiene alle classi Euro 0,1,2,3. Nel 2012, inoltre, fatto mai avvenuto prima, il parco complessivo delle autovetture ha registrato un decremento rispetto all’anno precedente. Un segnale preciso di quello che ci attenderà nei prossimi anni.

 

Le difficoltà che i concessionari devono affrontare

Per ogni problema esiste, per definizione, almeno una soluzione. Per i concessionari auto i problemi, ovviamente, non mancano, a cominciare dall’eccessiva concentrazione sulle vendite delle auto nuove e, di conseguenza, da una pressione sui margini sempre più elevata. E dato che, come ampiamente documentato, la domanda di nuove vetture è in forte regressione, soprattutto da parte dei privati, è chiara la sofferenza che queste imprese stanno vivendo. Il business generato da usato e post vendita rappresenta ancora per i concessionari italiani poca cosa al cospetto di quanto avviene, ad esempio, in Germania, nazione ormai paradigma per quasi tutte le attività che in Italia non funzionano al meglio. Il nostro paese veste infatti la maglia nera nella classifica del fatturato generato da assistenza e ricambistica e sviluppa un giro d’affari percentualmente tre volte inferiore anche a quello di Stati Uniti e Regno Unito. Occorre quindi, come sottolineato ancora dalla ricerca di Quintegia, puntare a un bilanciamento del fatturato, mirando sulle nuove tecnologie per relazionarsi con i clienti, senza dimenticare, ove possibile, di percorrere la strada del multimarca che, dati alla mano, rappresenta nonostante tutto il segmento che soffre di meno in quanto ricuce i margini del rischio.

 

Quali prospettive?

Naturalmente sarebbe quasi un’utopia pensare che l’utilizzo dei canali di marketing, promozione e vendita in formato digitale possano cambiare repentinamente la situazione. Quello dei concessionari è infatti un settore ancora caratterizzato dall’anomalia, ormai non più sostenibile, di sconti medi concessi al cliente sempre più corposi, che i concessionari riescono a sopportare coprendo i costi fissi con le sole componenti di margine variabili e da campagne extra legate a forti incentivi sui prodotti per operatori e consumatori. Il concessionario, in termini strutturali, è praticamente lo stesso di 30 anni fa e invece deve diventare, secondo la proposte uscite dal Dealer Day di Verona, una sorta di smartphone, evolvendo continuamente e installando tutte le app necessarie per fare da interprete di un mercato radicalmente trasformatosi.

 

Disagi per tutti

Ma ritorniamo al punto di partenza, al mio amico Paolo. Il default più o meno improvviso di un concessionario, causa disagi non solo ai nuovi acquirenti, ma anche a chi magari vorrebbe diventare cliente di un certo costruttore automobilistico e necessita di un autosalone del marchio che nella sua zona non c’è più. Inoltre problemi  possono sorgere anche per chi cliente lo è già da tempo e ha bisogno di sottoporre la sua vettura alla corretta manutenzione o a un intervento in garanzia. Infatti, ogni volta che un concessionario getta la spugna e abbandona l’attività nel suo territorio, se ne vanno i suoi punti vendita e le sue officine dedicate all’assistenza.

Una rapida ricognizione virtuale sul territorio, operata semplicemente navigando sui siti ufficiali di alcuni costruttori per accertare la consistenza delle rispettive reti, ha permesso di verificare che in molte zone d’Italia la chiusura dei concessionari ha lasciato il territorio senza punti vendita e, in alcuni casi, senza l’assistenza della casa.

Sembra insomma che si stiano preparando tutte le condizioni per una tempesta perfetta, perché se è vero che la crisi sta assottigliando alcune reti di vendita e d’assistenza, ciò peggiora ulteriormente le difficoltà di alcune case, poiché è difficile pensare di poter acquistare le loro auto se sul territorio non viene garantita la presenza ragionevolmente vicina di un autosalone e di un punto d’assistenza.


Consumi: le verità nascoste

 

Secondo un calcolo effettuato dall’International Council On Clean Transportation, istituto indipendente che opera nell’ambito del mondo dei trasporti, i consumi reali delle vetture sono mediamente superiori del 25% rispetto a quelli dichiarati dalle case automobilistiche. I dati raccolti provengono da mezzo milione di auto monitorate da società di noleggio e di leasing, dagli Automobile Club tedesco e svizzero e da alcuni portali specializzati che pubblicano le segnalazioni degli automobilisti. Il problema secondo gli esperti è nelle prove di omologazione, una procedura che risale al 1980 con cui i costruttori hanno gioco facile nell’ottenere risultati molto più ottimistici di quelli che si possono avere in strada. Come? Spegnendo l’aria condizionata per esempio e attraverso tutta una serie di trucchi svelati in un altro studio firmato da Transport & Environment. Il tutto avviene legalmente, perché le case altro non fanno che seguire le indicazioni del ciclo Nedc (New European Driving Cycle). Presto però la situazione potrebbe cambiare a vantaggio di chi guida attraverso un test di consumi standard messo a punto dalle Nazioni Unite, in grado di dare risultati molto più aderenti alla realtà. Ma non sarà facile farlo passare in Europa, le pressioni dell’industria, con in testa la Germania, sono forti e anche se alla fine di aprile il Parlamento Europeo ha deciso di introdurlo nel 2017, vi sono diversi Stati che puntano a farlo slittare al 2020.

 

Un continente in affanno

 

Nonostante la parentesi positiva di aprile, con un flebile segno positivo che non si vedeva da 18 mesi, il mercato dell’auto europeo ha immatricolato nei primi 5 mesi del 2013 5.261.272 vetture, il 6,8% in meno rispetto allo steso periodo, già problematico, del 2012. Un segno di chiara difficoltà, con un dato, quello di maggio 2013, che è il più basso registrato dal 1993. Fra gli addetti ai lavori regna l’incertezza. C’è chi crede, come Dieter Zetsche numero uno di Mercedes, che il mercato abbia toccato il fondo prevedendo una lenta ripresa dalla seconda metà di quest’anno, ma c’è anche chi è decisamente meno ottimista. Gli analisti di Alix Partner, ad esempio, sostengono che in Europa, pur essendo terminato il periodo dei crolli verticali delle vendite di questi ultimi due anni, il mercato resterà stagnante fino al 2019. Secondo questo studio la situazione delle fabbriche europee è decisamente preoccupante, con il 58% degli impianti che lavora al di sotto del punto di pareggio economico e quindi, per avere un ciclo produttivo economicamente sostenibile, entro il 2019 l’Europa dovrà ridurre di due milioni la propria capacità produttiva complessiva.

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