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21/02/2013
ARRIVA LA SOLIDARIETÀ DEL PAGAMENTO DELL'IVA PER I PNEUMATICI

ANALISI DELLA NUOVA NORMA SULL’EVASIONE DELL’IVA

Il decreto del Ministro delle Finanze del 31/10/2012 stabilisce finalmente la corresponsabilità nel pagamento dell’Iva per il settore dei pneumatici. Una norma storica per il mercato sano che porterà un aiuto concreto ai professionisti seri che lavorano nella legalità, una norma voluta fortemente da Federpneus e Airp

Alberto Piombo

FINALMENTE il legislatore ha accolto le istanze del settore sano che lotta da anni contro l’evasione dell’Iva nel mondo del pneumatico. Così un decreto del Ministro delle Finanze del 31/10/2012 (G.U. n. 282 del 03/12/2012) dispone ora la solidarietà del cessionario nel pagamento dell’Iva per il settore dei pneumatici. Un operatore economico che acquista pneumatici da un’azienda che ha evaso l’Iva nell’importare o nell’acquistare sul mercato interno i pneumatici oggetto della transazione 
sarà corresponsabile dell’evasione perpetrata a monte.
Proprio i rivenditori di pneumatici associati a Federpneus (Associazione Nazionale Rivenditori Specialisti di Pneumatici) e i ricostruttori di pneumatici associati ad Airp (Associazione Italiana Ricostruttori di Pneumatici) hanno sollevano il problema diversi anni fa, e non si sono fermati, chiedendo l’estensione al settore della normativa antievasione del Dpr 633/1972. Approfondiamo l’argomento dal punto di vista tecnico con il dottore commercialista Alberto Piombo per comprendere meglio cosa accade nella pratica quotidiana.

Il meccanismo della frode in ambito Iva
Quello delle frodi in ambito Iva è un fenomeno estremamente diffuso, sia in campo nazionale che internazionale, e che il più delle volte viene posto in essere per il tramite di società (o altri enti) appositamente create, il cui scopo è quello di porre in essere operazioni in danno dell’Erario (trattasi delle così dette “società cartiera” o “missing trader”). Il loro funzionamento è abbastanza semplice in quanto esse si limitano a emettere fatture per operazioni inesistenti, consentendo al destinatario della fattura la possibilità di detrarre la relativa imposta senza tuttavia procedere, a sua volta, al versamento dell’Iva.
A titolo esemplificativo si supponga di essere in presenza di un operatore nazionale che intende porre in essere numerosi acquisti da un fornitore comunitario. Per effetto della normativa applicabile (D.L. 331/1993), il fornitore comunitario emette fattura senza applicazione dell’imposta essendo per l’appunto onere dell’acquirente nazionale quello di procedere a integrare la fattura di acquisto, con applicazione dell’imposta e doppia registrazione in maniera tale da rispettare il requisito di neutralità dell’imposta (cfr. figura 1). Supponiamo ora che gli acquisti di cui sopra non vengano effettuati direttamente dall’operatore nazionale, bensì da una diversa società al medesimo riconducibile e dal medesimo artificiosamente creata. Tale società pone in essere quindi il primo acquisto dal fornitore comunitario (con applicazione della normativa di cui al D.L. 331/93 succitato, in regime di “inversione contabile”). Successivamente tale società procede a rivendere i beni all’operatore finale; trattandosi di una cessione nazionale, l’operazione viene quindi fatturata con applicazione dell’Iva che viene detratta dall’operatore nazionale. Il problema nasce dal fatto che la società artificiosamente creata non procede al versamento dell’imposta nelle casse dell’Erario, che invece viene trattenuta al suo interno (e il più delle volte destinata per finalità altrettanto illecite). Tale società dopo aver posto in essere un consistente numero di “finte” operazioni commerciali in un ristretto arco di tempo (di solito, non più di due anni) e aver così accumulato un consistente debito Iva, improvvisamente scompare non lasciando alcuna traccia. In tale maniera, oltre al sensibile danno erariale, si consente all’operatore nazionale di immettere sul mercato prodotti praticando prezzi e condizioni illegittimamente concorrenziali in quanto fondate su un comportamento illecito (cfr. figura 2).
Nasce così l’esigenza di individuare i veri artefici di tali operazioni, i quali conseguono lo scopo di ritrarre utili consistenti sfruttando il vantaggio commerciale illecitamente acquisito. Trattandosi di pratiche altamente evasive e, lo si ripete, che si verificano in pressoché tutti gli stati dell’Unione, anche la Commissione europea ha avvertito l’urgenza di tale problematica e non ha mancato di raccomandare in più occasioni l’adozione di strumenti legislativi atti a contrastare tale deprecabile fenomeno. Tra i vari strumenti a disposizione dei legislatori nazionali, oltre al metodo dell’inversione contabile (o reverse charge), che come noto non implica la movimentazione finanziaria dell’imposta, esiste anche la possibilità di estendere la responsabilità per il mancato versamento dell’imposta anche al cessionario (che normalmente è mandato esente da qualsivoglia responsabilità in caso di inadempienze fiscali del cedente). Ecco che in tale contesto, all’interno del Dpr 633/1972, nasce la disposizione dell’articolo 60-bis, che, al verificarsi di determinate condizioni che saranno analizzate di seguito, ha come effetto di estendere la responsabilità per il mancato pagamento dell’imposta anche al cessionario. In altri termini, anche l’acquirente potrebbe essere chiamato a rispondere nel caso in cui il venditore non proceda al versamento dell’Iva incassata sulla vendita.
Trattandosi di uno strumento di portata “eccezionale”, per espressa disposizione legislativa, non può trovare generale applicazione, ma è destinato a operare solo ed esclusivamente in determinati settori – ritenuti a rischio evasione – e da individuarsi con appositi decreti ministeriali.
I settori sino a oggi individuati sono quindi i seguenti:
- Autoveicoli, motoveicoli, rimorchi;
- Prodotti di telefonia e loro accessori;
- Personal computer, componenti ed accessori;
- Animali vivi della specie bovina, ovina e suina;
- A far data dal 3 dicembre 2012 sono stati individuati anche i seguenti settori:
• pneumatici nuovi, di gomma (v.d. 4011);
• pneumatici rigenerati o usati, di gomma;
• gomme piene o semipiene, battistrada per pneumatici e protettori (“flaps”), di gomma (v.d.4012).

Analisi della norma
La nuova norma è entrata in vigore a partire dalla data di pubblicazione del succitato decreto, ossia 3 dicembre 2012.
L’articolo 60-bis del Dpr 26 ottobre 1972, n. 633 (legge Iva) – introdotto con la legge finanziaria del 2005 (L. 311/2004) – dispone che il pagamento dell’imposta sul valore aggiunto dovuta per la cessione di alcuni beni, fa carico anche all’acquirente qualora la cessione avvenga a un prezzo inferiore al valore normale e la correlata imposta non venga pagata dal venditore.

Ambito soggettivo
La disposizione trova applicazione nelle operazioni intercorse tra soggetti passivi d’imposta (esercenti imprese, arti e professioni), in quanto la norma fa espresso riferimento a “soggetti agli adempimenti ai fini del presente decreto”. Tale circostanza è stata peraltro chiarita dalla circolare n. 10/E del 16 marzo 2005, al punto 9.7, dove i soggetti destinatari della disposizione vengono individuati in quelli “tenuti, ai sensi del Dpr 633 del 1972, ad applicare l’imposta sul valore aggiunto”. Infatti, i contribuenti non soggetti a Iva non potrebbero dimostrare documentalmente le circostanze esimenti previste nel comma 3 dell’articolo 60-bis, né l’amministrazione finanziaria potrebbe esercitare un’azione di recupero dell’imposta non versata dal cedente.
In conclusione, la nuova normativa non opera per le cessioni di pneumatici effettuate nei confronti di privati.

Ambito oggettivo
Come del resto sopra ricordato, i beni interessati dalla nuova normativa sono i seguenti:
- pneumatici nuovi, di gomma (v.d. 4011);
- pneumatici rigenerati o usati, di gomma;
- gomme piene o semipiene, battistrada per pneumatici e protettori (“flaps”), di gomma (v.d.4012).

Presupposti della norma
Affinché operi la solidarietà dell’acquirente devono verificarsi contemporaneamente due presupposti (o condizioni):
1) preliminarmente si deve essere in presenza di cessioni di pneumatici a prezzi inferiori al valore normale, sicché se la vendita è pattuita a un prezzo superiore a tale valore, la norma non trova applicazione;
2) secondariamente il cedente non procede al versamento dell’Iva relativa a tali cessioni.

Concetto di valore normale
La definizione di valore normale del bene è contenuta nell’articolo 14 del Dpr 633/72, che lo definisce come “prezzo mediamente praticato per beni della stessa specie o similari, in condizioni di libera concorrenza e al medesimo stadio di commercializzazione, nel tempo e nel luogo in cui i beni sono stati acquistati e, in mancanza, nel tempo e nel luogo più prossimi”. Può, inoltre, farsi riferimento alle leggi in vigore se i beni sono soggetti alla disciplina legale dei prezzi ovvero, se si tratta di beni in condizioni di libero mercato, alle mercuriali e ai listini delle Camere di commercio. La valutazione del prezzo di cessione dei beni, considerando il loro valore normale, costituisce tuttavia un’eccezione rispetto al principio generale applicato alle operazioni soggette a Iva, che si considerano effettuate sulla base dell’ammontare complessivo del corrispettivo pattuito dalle parti (articolo 13, comma 1), che può essere diverso dal valore normale dei beni ceduti.
Una volta delineato, ancorché in maniera generica, il concetto di valore normale, dal punto di vista applicativo il problema sostanziale nasce dal fatto che la norma non dice se lo scostamento del prezzo pattuito rispetto al valore normale debba superare o meno una certa soglia percentuale per integrare la fattispecie prevista dalla norma. Ne consegue che anche modesti scostamenti, magari del tutto compatibili con una normale oscillazione dei prezzi in un determinato periodo dell’anno, integrano l’ipotesi in esame.

Mancato versamento dell’Iva
L’ulteriore presupposto che fa scattare la solidarietà passiva è rappresentata dal mancato versamento dell’imposta da parte del cedente. Se l’espressione “mancato pagamento dell’imposta” avesse attinenza con una imposta da pagare in relazione specifica con quella singola vendita non ci sarebbero particolari problemi di interpretazione. Il fatto è che l’imposta sul valore aggiunto non si versa in relazione a ogni singola operazione imponibile ma in esito alle liquidazioni periodiche, nel contesto delle quali il contribuente procede al calcolo dell’imposta dovuta, sommando tutte quelle del periodo. In questo contesto, non è evidentemente possibile identificare l’imposta che accede a una singola operazione.
Ora, dal tenore letterale della norma, potrebbe paventarsi il rischio che il cessionario venga ritenuto responsabile del pagamento di imposte relative anche a operazioni in cui non sia intervenuto come parte contraente. Tuttavia, un’attenta lettura del comma 2 dell’articolo 60-bis e i chiarimenti forniti, tra l’altro, dalle circolari n. 10 del 16 marzo 2005 e n. 41 del 26 settembre 2005 circoscrivono la responsabilità dell’acquirente alla sola imposta riferita alle cessioni di beni effettuate a prezzi inferiori al valore di mercato, escludendo pertanto l’imposta non versata dal cedente e riferita ad altre cessioni nonché le eventuali sanzioni irrogate per le violazioni commesse dal venditore.

Prova contraria
Il cessionario può liberarsi dall’obbligo di pagamento dell’Iva (ovviamente quella non versata dal cedente) dimostrando che il prezzo inferiore è stato determinato da eventi o situazioni di fatto oggettivamente rilevabili o sulla base di specifiche disposizioni di legge e che comunque non è connesso al mancato pagamento dell’imposta da parte del cedente. La prova da utilizzare, premette la norma, è del tipo documentale. Non sono dunque ammesse testimonianze. Ma il problema non riguarda il modo in cui il soggetto acquirente può allegare circostanze o fatti ritenuti favorevoli. Il problema è collegato alle circostanze che possono giustificare lo scostamento del prezzo rispetto alla media dei valori. Richiedendosi eventi o situazioni “oggettivamente rilevabili”, non sono evidentemente ammesse esimenti soggettive, che riguardino cioè le parti della compravendita, e non il mercato dei beni.
Su questo piano, difficile dire quale possa essere il tipo o anche il genere di evento che, senza modificare il valore del bene, sia in grado di provocarne, nel caso specifico, la diminuzione del prezzo. A titolo esemplificativo nella circolare n. 6/E del 13 febbraio 2006, viene infatti precisato che la presenza di campagne promozionali, disciplinate dalle norme vigenti in materia di commercio, costituisce prova documentale utile per esimere il cessionario. Del tutto diabolica, infine, appare la prova da offrire per dimostrare che tra il prezzo pattuito e il mancato pagamento dell’imposta non c’è alcuna correlazione “e che comunque non è connesso con il mancato pagamento dell’imposta”. Si fa francamente fatica a immaginare quale possa essere quel genere di eventi o di situazioni, del tutto oggettive, che possano essere messe in relazione con il mancato pagamento dell’imposta.

Conclusioni
In caso di verifica fiscale, i verificatori potranno limitarsi a rilevare l’oggettiva circostanza del mancato versamento dell’Iva da parte del venditore unitamente al fatto che gli acquisti sono stati conclusi a prezzi inferiori a quelli di mercato; tali elementi saranno sufficienti  per poter richiedere il versamento dell’Iva in capo all’acquirente, salvo che costui non riesca a fornire la prova contraria (peraltro, come sopra ricordato, di difficile formazione).
La nuova normativa pare quindi molto chiara nel recepimento delle indicazioni provenienti dall’ Unione Europea e dalle associazioni di categoria nel contrasto all’evasione che non crea solamente un danno all’Erario, ma crea fenomeni distorsivi della concorrenza, consentendo che vengano immessi sul mercato prodotti in evasione di Iva penalizzando la maggior parte delle imprese che operano correttamente.

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