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15/03/2018
ALLARME: TROPPO ALTI I PEDAGGI AUTOSTRADALI

Autotrasporto

 

Sentenza Ue sulla sicurezza stradale: riposo settimanale regolare degli autisti vietato a bordo del camion

Paolo Castiglia

Costi del trasporto da una parte e stradale sicurezza dall’altra, al centro della riflessione sul settore autotrasporto in questa prima stagione del 2018.

Sui costi si è registrata una vera e propria levata di scudi da parte degli autotrasportatori rispetto all’aumento dei prezzi dei pedaggi autostradali. Tutti valutano molto negativamente gli aumenti dei pedaggi autostradali introdotti il 1° gennaio 2018, “che – secondo i rappresentanti degli operatori dell’autotrasporto – possono frenare la ripresa economica”.

Particolarmente duro il presidente di Confartigianato Trasporti, Amedeo Genedani, che contesta per prima cosa la giustificazione fornita dal Governo per il consistente aumento proprio di alcuni pedaggi autostradali: “Fonti governative giustificano gli aumenti affermando che erano previsti dalle Convenzioni Uniche stipulate dal 2007 unitamente alle delibere del Cipe. Tali delibere avevano stabilito le formule tariffarie e i criteri di calcolo per determinare gli aumenti dei pedaggi prendendo in considerazione i parametri legati all'inflazione, alla qualità, al recupero della produttività nonché agli investimenti. La spesa per investimenti privati sostenuti dalle società concessionarie – prelevandoli dall'utenza – nel periodo che va da ottobre 2016 a settembre 2017, è stata pari a 755,916 milioni di euro. Quindi cade il castello delle giustificazioni adottate”.

A prescindere da questi calcoli, le associazioni si oppongono agli aumenti anche perché, aumentando i costi esterni delle imprese di autotrasporto merci, secondo loro “si frena lo sviluppo economico. E non serve neppure invocare un'eventuale alternativa alla strada”.

In effetti occorre dire che allo stato attuale il trasferimento delle merci dalla gomma alla rotaia risulta difficoltoso e poco praticabile, nonostante sia incentivo in alcune aree sino a 2,50 euro al chilometro. Costi superiori, tempi di attesa e trasferimento delle merci non sono compatibili con le richieste della committenza e del mercato che impongono consegne in tempi rapidissimi.

Ancora Genedani ha chiesto, quindi, un intervento del Governo “per calmierare queste stangate, altrimenti non ci si stupisca se le aziende di trasporto decideranno di abbandonare gli itinerari autostradali per percorrere la viabilità ordinaria con negative conseguenze sulla sicurezza sociale e sulla congestione delle strade provinciali”.

Questo l’aspetto più sotto attenzione sul fronte dei costi che ci porta però alla questione sicurezza. E sulla sicurezza vi è da registrare un inasprimento, senza dubbio positivo, della rigidità a livello europeo sulla questione del regolare riposo settimanale degli autotrasportatori che non può assolutamente essere fatto a bordo del mezzo pesante: una sentenza del 20 dicembre 2017 della Corte di Giustizia Europea legittima i divieti posti da alcuni stati al riposo settimanale regolare nella cabina del camion.

Per l'autotrasporto questa è una sentenza storica, che fa chiarezza su una questione sorta negli ultimi anni, ossia da quando alcuni paesi comunitari hanno imposto il divieto di trascorrere il riposo settimanale regolare, ossia quello di 45 ore, all'interno del camion. Alcuni stati, in particolare dell’est, sostengono invece che tale divieto è illegittimo e un autotrasportatore belga, la Vaditrans, ha presentato nell'agosto del 2014 alla Raad van State (il Consiglio di Stato del Belgio), un ricorso contro la sanzione di 1800 euro subita proprio per un suo autista che aveva trascorso il riposo settimanale in cabina.

Secondo l'autotrasportatore, il Regio Decreto belga non sarebbe valido perché il Regolamento comunitario sui tempi di guida degli autisti non prevede esplicitamente tale divieto, mentre lo Stato afferma che dal Regolamento emerge chiaramente che l'autista non può svolgere il riposo settimanale a bordo del veicolo. Quindi, il Raad van State ha sottoposto la questione alla Corte di Giustizia Europea per avere un chiarimento definitivo.

La Corte ha emesso la sentenza, affermando che il legislatore europeo “manifestamente ha avuto l'intenzione di consentire al conducente di effettuare i periodi di riposo settimanali ridotti a bordo del veicolo e di vietargli invece di fare lo stesso per i periodi di riposo settimanali regolari”.

I giudici aggiungono che il Regolamento persegue l’obiettivo essenziale del miglioramento delle condizioni di lavoro del personale del settore dei trasporti su strada e della sicurezza stradale in generale. Il legislatore ha quindi voluto che i conducenti abbiano la possibilità di effettuare i periodi di riposo settimanali regolari in un luogo che fornisca condizioni di alloggio idonee e adeguate.

Secondo la Corte, la cabina del camion non è un luogo di riposo idoneo a periodi di riposo più lunghi dei periodi di riposo giornalieri e dei periodi di riposo settimanali ridotti.

Quindi, se si dovesse ritenere che i periodi di riposo settimanali regolari possano essere effettuati a bordo del veicolo, ciò implicherebbe che un conducente possa effettuare la totalità dei propri periodi di riposo nella cabina del veicolo, il che contrasterebbe manifestamente con l'obiettivo del miglioramento delle condizioni di lavoro dei conducenti perseguito dal Regolamento.

La sentenza riconosce che durante il processo di adozione del testo normativo, la Commissione Europea aveva proposto che i conducenti avessero la possibilità di effettuare tutti i periodi di riposo (ossia tanto i periodi di riposo giornalieri ridotti e regolari quanto i periodi di riposo settimanali ridotti e regolari) a bordo del veicolo.

La proposta è stata successivamente modificata affinché in trasferta potesse essere effettuato soltanto un periodo di riposo settimanale ridotto all'interno del veicolo, a esclusione del periodo di riposo settimanale regolare, e ciò al fine di tutelare il benessere e le condizioni igieniche dei conducenti. Tale modifica dimostra chiaramente, secondo la Corte, l'intenzione del legislatore di escludere la possibilità di effettuare i periodi di riposo settimanali regolari a bordo del veicolo.

La Corte conclude che il regolamento dell’Unione che armonizza la normativa in materia sociale nel settore dei trasporti su strada contiene manifestamente un divieto, per i conducenti, di effettuare il periodo di riposo settimanale regolare a bordo di un veicolo.

Sempre secondo i vertici Ue per l’erogazione delle sanzioni, spetta agli Stati membri stabilire quali siano atte a garantire la portata e l'efficacia del Regolamento, garantendo nel contempo che queste sanzioni siano imposte in condizioni sostanziali analoghe a quelle previste per le violazioni del diritto nazionale simili per natura e importanza.

 

 

ANCHE PER GLI AUTOTRASPORTATORI ATTIVANO LE MULTE VIA PEC

Dal 17 gennaio 2018, le società che hanno un indirizzo di posta elettronica certificata registrato in elenchi pubblici ricevono le multe solo per questa via. Ricordiamo che dal 2009 tutte le aziende e i professionisti devono avere un indirizzo di posta elettronica certificata quindi questa norma interviene pienamente nella vita quotidiana delle aziende di autotrasporto.

La Gazzetta Ufficiale numero 12 del 16 gennaio 2018 ha, infatti, pubblicato il Decreto del Ministero dell'interno del 18 dicembre 2017 che prevede la notifica dei verbali di accertamento delle violazioni del Codice della Strada tramite posta elettronica certificata dal 17 gennaio.

In concreto, gli organi di Polizia devono inviare la notifica di una multa solo tramite pec, a condizione che il trasgressore, o il proprietario del veicolo, sia presente nell'indice nazionale gestito dal Ministero per lo sviluppo economico e aggiornato con le informazioni provenienti dal Registro Imprese o dagli ordini professionali. Occorre dire che l'invio delle multe tramite pec non cambia i termini previsti dal Codice della Strada. La notifica si compie quando si genera la ricevuta di accettazione della pec da parte del sistema del destinatario, e per quest'ultimo i termini di pagamento decorrono da quando il sistema genera la ricevuta di consegna della pec. Quindi, da quel momento, decorrono per l'organo accertatore i termini per pagare la sanzione con lo sconto – ossia cinque giorni – quelli per pagarla con la riduzione – sessanta giorni – e quelli per presentare ricorso – trenta giorni al giudice di pace e sessanta giorni al Prefetto. Attenzione: ciò avviene anche se il destinatario non ha letto la pec. L'invio tramite posta elettronica azzera le spese di notifica, ma le amministrazioni potranno porre a carico del destinatario le spese di accertamento.

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