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Articoli - Archivio

23/06/2016
AICA: 40 ANNI DI INNOVAZIONE, E ANCORA TANTE SFIDE PER IL FUTURO

Mauro Severi, presidente di AICA.

Intervista al Presidente di Aica

 

In occasione dei 40 anni di attività di AICA, parliamo con il presidente dell’Associazione, Mauro Severi. Con un passato importante alla spalle, fatto di successi e crescita, l’associazione vede ancora tante sfide nell’immediato futuro per il settore delle autoattrezzature. La prima, è senz’altro saper comprende e sfruttare la “grande trasformazione” in atto nell’industria automobilistica. Il cambiamento è sempre la parola chiave: continuare a innovare i prodotti per difendersi dall’assalto della concorrenza, rinnovare la cultura d’impresa per gettare le basi di una nuova politica industriale

Guido Gambassi

 

 

Fondata il 9 luglio del 1976, AICA – Associazione Italiana Costruttori Autoattrezzature sta per compiere quarant’anni di attività. L’assemblea nazionale dello scorso novembre, la prima dalla scomparsa del fondatore, il dott. Giorgio Cometti, ha rinnovato gli organi sociali, e il nuovo Consiglio Direttivo ha nominato fra i propri membri l’architetto Mauro Severi come presidente dell’Associazione. Consigliere delegato di Corghi e del Gruppo Nexion, Severi è anche presidente di Unindustria Reggio Emilia, e raccoglie in AICA l’eredità di quattro decenni all’insegna della crescita del settore, guidata da una continua spinta all’innovazione che ha portato le autoattrezzature italiane ad affermarsi come vera e propria eccellenza industriale su scala mondiale. La sua testimonianza offre un punto di vista privilegiato sugli sviluppi futuri delle nuove tecnologie e sulle sfide che esse rappresentano per tutti gli operatori.

 

Architetto Severi, è il primo a succedere come presidente di AICA al fondatore Giorgio Cometti, che per quasi 40 anni l’ha guidata con lungimiranza e spirito di innovazione. Nel 2016, su quali temi e con quali obiettivi l’Associazione dovrà sapere guardare ancora avanti?

Il lavoro e l’impegno di Giorgio Cometti è stato straordinario da ogni punto di vista: per il numero di anni dedicati, per la passione, per l’entusiasmo e per la visione. Una bella pagina di quell’associazionismo d’impresa che caratterizza e distingue il sistema produttivo italiano. Una realtà costituita da multinazionali tascabili e da piccole e medie imprese organizzate in distretti e filiere, dove il fattore imprenditoriale e umano continuano a fare la differenza.

Per quanto riguarda il mio impegno e miei programmi associativi posso affermare che il dato da cui partire è senza dubbio la “grande trasformazione” in atto. Occorre prendere atto che è iniziata la nuova rivoluzione delle macchine, dunque, tutto è destinato a cambiare per le nostre imprese, per le nostre vite, per il nostro lavoro. Da una parte abbiamo le automobili di Google e gli autocarri di Mercedes che si guidano da soli lungo le strade dalla California, mentre ciascuno di noi ha in tasca quello che dieci anni fa sarebbe stato un supercomputer. Dall’altra, iniziamo a intravedere dove porterà la convergenza digitale di hardware sempre più veloci e meno costosi e software sempre più sofisticati e adattabili. Mano a mano che nuove persone, processi, dati e cose possono connettersi e interagire grazie alla Rete si va sviluppando, senza che quasi ce ne accorgiamo, l’Internet delle cose. Vale a dire il vero cuore della rivoluzione digitale che, grazie all’evoluzione tecnologica, permetterà di esaltare gli elementi distintivi del nostro tessuto industriale. Penso alla creatività, al talento innovativo, alla qualità e alla capacità di produrre eccellenza in ogni campo. Per questo oggi l’imperativo è comprendere come sfruttare al meglio le opportunità aperte dall’evoluzione tecnologica che sta dando forma e significato a questa rivoluzione. AICA s’impegna a lavorare in questa direzione rinnovando se stessa, le proprie iniziative, i propri servizi e la propria comunicazione.

 

Il settore delle autoattrezzature riveste un ruolo di particolare importanza rispetto al quadro dell’industria italiana: da molti è ritenuto una delle ultime vere eccellenze italiane, capace di esportare e di essere competitivo. È ancora così? Quali problematiche e quali opportunità individua nel futuro del comparto?

Il nostro settore è uno dei segreti meglio nascosti della meccanica/meccatronica italiana. Siamo molto forti. Nel nostro campo si può dire che abbiamo inventato il business e, tuttavia, oggi ci troviamo aggrediti proprio dalla concorrenza di quei paesi nei quali risulta maggiore la crescita del mercato automobilistico. In tale prospettiva e, soprattutto alla luce della rivoluzione industriale alla quale ho appena fatto riferimento, mentre occorre certamente tutelare le nostre aziende contro il fenomeno delle copie fraudolente, l’unica risposta veramente efficace è l’innovazione. È questa la via per contrastare l’aggressione di alcuni produttori dei paesi emergenti che, anno dopo anno, basano gran parte della propria attività sull’importazione, sull’adattamento o sulla copia fraudolenta delle nostre conoscenze e dei nostri know-how. In tale prospettiva non abbiamo alternative: dobbiamo rispondere sia con maggiori controlli, sia con un processo di apprendimento – altrettanto rapido e altrettanto radicale – che permetta alle nostre imprese di spostare in avanti la frontiera di ciò che sanno fare in più o meglio rispetto a questi nuovi competitori. Capitale umano, internazionalizzazione, segmentazione, personalizzazione esasperata, attenzione al cliente, distribuzione, servizio, digitalizzazione e, soprattutto, connessione, sono queste le armi da utilizzare per vincere la sfida. Un buon esempio in tal senso è un’impresa come Technogym che, pur operando in un settore inflazionato, fortemente competitivo e popolato da produttori con impianti produttivi in Asia, riesce, anno dopo anno, a crescere difendendo la propria leadership e allargando orizzontalmente il proprio mercato.

 

In che modo, in Italia, si potrebbe e si dovrebbe sostenere al meglio il valore aggiunto apportato dal settore? Le nostre politiche di incentivazione alla ricerca e sviluppo sono all’altezza del compito?

Per un settore ampio e differenziato come il nostro ciò che conta è la capacità di saper utilizzare le nuove tecnologie per immaginare, progettare e produrre nuove macchine e nuovi servizi. Se da una parte siamo penalizzati da un Paese che mette in campo una tra le peggiori macchine burocratiche d’Europa, la più elevata imposizione fiscale e un farraginoso quanto superato diritto del lavoro, dall’altra, disponiamo di un vero e proprio vantaggio competitivo costituito dall’essere “immersi” in un tessuto economico, sociale e produttivo – straordinario – come quello che si è naturalmente sviluppato nell’intero nord del Paese. La vera politica industriale è, per noi, quella di dotare questa realtà di “nodi” intelligenti – tecnopoli connessi alle università – ai quali le imprese possano accedere per acquisire conoscenze, tecnologie e una rinnovata cultura d’impresa. A questo proposito credo si debbano svolgere due riflessioni. La prima è che in Italia i provvedimenti di carattere finanziario e fiscale – a sostegno dell’attività innovativa aziendale – si limitano a incentivare le imprese all’adozione di innovazioni ad alto contenuto tecnologico mostrando, in questo, un ritardo rispetto alle altre economie avanzate. Una scarsa attenzione, infatti, viene rivolta alle innovazioni di prodotto e, tra queste, al sostegno alla fase di commercializzazione che in molti casi è espressamente esclusa dalla definizione di attività innovativa e dunque da eventuali sostegni. Non esistono validi supporti alla commercializzazione di prodotti, alla definizione di strategie di penetrazione di nuovi mercati o di mantenimento delle quote di mercato già servite. Serve dunque di più, e gli interventi che vengono messi in atto devono essere a misura delle nostre piccole e medie imprese. La seconda riflessione riguarda la moltitudine delle aziende italiane che fatica a modificare prassi individualistiche, consolidate in decenni d’attività spesso incentrati sulla figura del solo imprenditore. Decidere di aprirsi verso la ricerca, verso l’università, verso forme di collaborazioni pre-competitive, in rete o nei confronti di nuove imprese innovative (startup), è un processo, lento e difficile, che – si badi bene – nessuna politica pubblica può avviare perché scelte come queste dipendono esclusivamente da noi imprenditori. Nella consapevolezza di tutto ciò sono convinto che, oggi più che mai, avviare il meccanismo virtuoso dell’innovazione – in un tessuto di piccole e medie imprese organizzate in filiere e distretti – rappresenti la vera grande scommessa dalla quale dipende il futuro manifatturiero del nostro Paese.

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