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L'Editoriale - Archivio

10/12/2013
ABOLIAMO L'UCCS!

Renzo Servadei

ORMAI come utenti della strada siamo talmente abituati a essere vessati che quando ci dobbiamo orientare nelle varie ordinanze, dove magari leggiamo che un veicolo euro 3 può circolare in un determinato comune tutti i giorni tranne il venerdì, e nel comune vicino in fasce orarie dalle 8 alle 10 escluso la domenica e così via, non chiediamo più la ragione di queste diversità, visto che l’aria non conosce i confini comunali.  Se prendiamo una multa perché in una strada urbana a tre corsie è stato imposto il limite dei trenta all’ora, ci rassegniamo al balzello commentando che probabilmente l’amministrazione ha bisogno di soldi. Sui pneumatici poi non ne parliamo.

Il 31 gennaio scorso era entrata in vigore una Direttiva Ministeriale di buon senso che aveva il compito di omogeneizzare la materia delle ordinanze sugli invernali: la Direttiva parte col definire un periodo, dal 15 novembre al 15 aprile,  continua predisponendo un fac simile di ordinanza, di cartelli, chiarisce l’ambito di applicazione che è quello di autovetture e furgoni, esclude le moto in presenza di neve al suolo, mentre non considera i mezzi pesanti e gli autobus. Infine, consiglia l’utilizzo degli invernali su tutte le ruote a prescindere dalla trazione.
Sembra facile. Abbiamo un fac simile e ci adeguiamo. Purtroppo però la direttiva non è obbligatoria e qui entra in funzione l’ufficio complicazioni cose semplici presente in molte amministrazioni che continuano a promulgare ordinanze come se non esistesse.
Ecco perché, provocatoriamente, occorrerebbe proporre l’abolizione di questi uffici complicazioni. Se ne avvantaggerebbero i milioni di cittadini che vengono multati solo perché magari sono transitati ignari in un comune o in una strada che aveva un’ordinanza diversa.

Non c’è infatti nulla di più diseducativo che comminare punizioni ingiuste. La rabbia che si prova in questa situazione è stata ben descritta da James Joyce nel suo “Ritratto dell’artista da giovane”. Il protagonista Stephen, viene punito dal severo insegnante in quanto accusato di non avere fatto i compiti per negligenza, mentre in realtà il poveretto ne era esentato perché aveva rotto gli occhiali. Allora andavano di moda le frustate e l’autore ci descrive le sensazioni del ragazzo in un modo così realistico, che ci pare di provarle noi stessi: “una sensazione violenta sconvolgente di formicolio, di doloroso bruciore gli face rattrappire la mano con il palmo e le dita tramutate in una livida massa vibrante” e “il corpo gli si scuoteva in una paralisi di paura e in preda alla vergogna e all’ira sentì il grido bruciante scaturirgli dalla gola e le lacrime ardenti rotolargli dagli occhi sulle gote in fiamme”.

Certo, fortunatamente le frustate non ci sono più, ma la vergogna e la rabbia per provvedimenti che riteniamo ingiusti, quella rimane la stessa.

 

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